Mons. Oliva: spalanchiamo i cancelli

Locri – Ha destato clamore il gesto compiuto nei giorni scorsi a Focà di Caulonia, dove qualcuno ha pensato di saldare i cancelli dell’edificio scolastico, prescelto come luogo di accoglienza per un gruppo di migranti, nell’emergenza di uno dei tanti sbarchi di immigrati sulle coste della Calabria. Ne è seguita un’assemblea tra la comunità di Focà alla quale non è voluto mancare il vescovo di Locri-Gerace e, con ogni probabilità, proprio quell’assemblea ha fatto accelerare la decisione di monsignor Francesco Oliva di scrivere una lettera sull’accoglienza ai migranti. Ricordiamo che il vescovo locrese è delegato Migrantes della Conferenza Episcopale Calabra anche se il suo messaggio è indirizzato in modo esclusivo ai fedeli della diocesi locrese.

Diciamo subito che la lettera – dal titolo Stranieri o fratelli” – chiarisce senza alcun dubbio che per il cristiano la contrapposizione proposta dal titolo non esiste affatto: nessuno è straniero a questo mondo, ci insegnava il Santo Padre Giovanni Paolo II; le sue precise parole, nel 1995, sono state “nella Chiesa nessuno è straniero e la Chiesa non è straniera a nessun uomo e in nessun luogo”. Mai, in nessun modo, un credente potrebbe pensare di chiudere i cancelli della propria abitazione ad alcuno. Men che meno un cittadino proveniente da una terra impastata con l’emigrazione come la Locride (da qui si continua ad emigrare tuttora, non dimentichiamolo).

Una terra, questa, che ha sempre dato e continua a dare esempi di grande accoglienza e condivisione con quanti continuano a passare da queste parti. A passare, perché delle migliaia di uomini, donne e bambini sbarcati sulle coste della Calabria soltanto una piccola parte di essi vi si è fermato ponendovi la propria residenza. Questa è terra di passaggio, di transito verso altri lidi. Eppure qualcuno ha impugnato nelle mani la saldatrice ed ha sigillato i cancelli di quella scuola. L’avrà fatto per paura (?), per chissà quale motivazione, forse soltanto per provocazione. Leggendo bene soltanto qualcuna delle domande poste dal Vescovo Oliva nella lettera, forse nessuno prenderebbe più quella saldatrice, nemmeno per scherzo: “Cosa vuole da noi il Signore che ci viene incontro nei fratelli ‘più piccoli’, poveri, malati, migranti o profughi? Riusciamo a vederlo nei volti smarriti di ragazzini e giovani, che hanno impressi nei loro occhi la via dolorosa della fuga nel deserto, il terrore della traversata del Mediterraneo, la solitudine profonda di povere vite, il bisogno inespresso di speranza?”. Cosa vuole il Signore da noi!?  E la risposta è lì pronta: “A noi è richiesto di dare loro una mano, non una fredda accoglienza. In una Calabria, già piegata da mille problemi”. Noi, figli di una terra di migranti, non dobbiamo cadere in tentazioni razziste, siamo chiamati, invece, a “restare fermamente dalla parte di Gesù, che è sempre in attesa di essere riconosciuto nei migranti e nei rifugiati, nei profughi e negli esuli. Attraverso di loro il Signore ci chiama a condividere “i cinque pani e due pesci”, pronti anche a rinunciare a qualcosa del nostro acquisito benessere”. Siamo chiamati a mettere da parte ogni forma di paura e di pregiudizio, a rinforzarci nella certezza che “gli immigrati, per noi non sono un pericolo, ma figli dello stesso Padre”.

Saremo anche più poveri rispetto ad altre aree della ricca Europa, ma la storia ci insegna che chi è vissuto prima di noi ha fatto dell’accoglienza un vanto, uno stile di vita: non ha mai nascosto il pezzo di pane nella bisaccia, ma lo ha tagliato a fette porgendolo con quel dolce “Favorite” di bregantiniana memoria.

In questa lettera, monsignor Oliva pone l’accento su un altro aspetto, quello di chi approfitta dell’emergenza immigrati: “Ripugna alla nostra sensibilità civile l’idea che dietro l’immigrazione si possano annidare interessi di gente di malaffare e senza scrupoli o forme diverse di speculazione”. Ecco allora che l’invito a tenere aperte all’accoglienza le nostre parrocchie è quanto mai appropriato, così come è davvero appropriata la sottolineatura che l’impegno di tutti gli operatori e volontari chiamati a questo delicato compito (tutti, non solo i credenti) sia sempre un esempio di generosità e gratuità, un esempio di “condivisione di vita”. (Giovanni Lucà)