Iraq: rifugiati in pellegrinaggio per pregare per i loro connazionali

Roma – Un pellegrinaggio a Roma e nei luoghi della fede per sensibilizzare l’Italia alla situazione dei cristiani iracheni. È l’iniziativa congiunta promossa dall’associazione Aemo, ong francese impegnata, dal 2007, nell’accoglienza delle minoranze perseguitate in Medio Oriente e dalla onlus italiana “Giona è in cammino”. Il gruppo, composto da circa 40 iracheni cattolici residenti da qualche anno in Francia con lo status di rifugiati concesso loro dall’allora presidente Nicolas Sarkozy, è giunto in Italia e ieri si è recato in Vaticano per incontrare il cardinale Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, e la segreteria del cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali. “Bisogna parlare per far conoscere la situazione che stanno vivendo i cristiani in Iraq soprattutto ora con la brutale violenza dello Stato islamico”, ha detto ai giornalisti il procuratore generale dell’Ordine Antoniano di S. Ormisda dei caldei, padre Basa Rebwar Audish, che accompagna il gruppo. “A essere minacciati – ha aggiunto – non sono solo i cristiani ma tutto il Medio Oriente e non solo”. Per il procuratore “è quanto mai urgente avviare quel dialogo tra i Paesi utile a ristabilire la giustizia, il rispetto dei diritti umani, quali la libertà di espressione, di culto e religiosa ma soprattutto per fare le giuste pressioni affinché si metta fine al commercio di armi come più volte invocato da Papa Francesco che ringraziamo per l’affetto e la vicinanza e che aspettiamo in Iraq”. I rifugiati iracheni, nel portare la loro testimonianza, hanno ricordato che “tornare in Iraq adesso non è semplice. Ho un solo figlio – ha spiegato Napilyoon – che verrebbe rapito se tornassi. E come farò a pagare?”. Da qui la scelta di restare in Francia. “Prima del 2003 eravamo 1,5 milioni di cristiani in Iraq – ha detto Aziz Yako, un suddiacono che ha visto la moglie morire davanti ai suoi occhi a causa di attentato kamikaze durante una celebrazione nella chiesa di san Pietro e Paolo nel quartiere di Dora a Baghdad, nel 2004 – oggi le persecuzioni continuano con discriminazioni anche a livello economico e sociale”. Le persecuzioni non riguardano solo i cristiani iracheni ma anche quelli siriani, ha affermato Shadad Z., giovane madre di Mosul, “molti vengono rapiti e uccisi anche dopo il pagamento di ingenti riscatti, con cifre vicino ai 160mila dollari. La piaga dei rapimenti riguarda tutte le minoranze”. A farle eco suo figlio Rami, che ammette: “La vita con i musulmani è difficile. Per loro il cristiano è un nemico che rappresenta l’Occidente”. E adesso la situazione è peggiorata con l’avvento dello Stato islamico, come dichiarato da padre Basa: “Chi si converte all’Islam viene tollerato, anzi trattato anche bene e usato come propaganda. Ma nessuno si vuole convertire e la fuga resta la sola speranza di restare in vita. Tanti vorrebbero restare ma a queste condizioni è impossibile”. Per tutti i rifugiati iracheni “una zona protetta, magari nella piana di Ninive, dove i cristiani possano vivere in serenità potrebbe essere una soluzione”. Una enclave cristiana la cui idea, tuttavia, non sembra piacere molto all’episcopato caldeo consapevole che l’originaria presenza cristiana non può essere confinata in un luogo ma diffusa tra la popolazione, come sempre è stato. Oggi il gruppo sarà in pellegrinaggio ad Assisi, dove celebrerà una Messa in basilica e successivamente nel santuario di santa Rita da Cascia.