Trani – “ In fondo all’isola dei Conigli si è aperta una nuova ferita, una nuova piaga sul corpo del Crocifisso; non lasciamola incancrenire: stavolta non avremmo alibi!”.
Chiudevo così, nell’ingenua utopia di non dover più contare morti nel continuo migrare dell’uomo lontano dalle guerre, una nota sul naufragio avvenuto nei primi giorni di ottobre del 2013, al largo dell’Isola dei Conigli, Lampedusa, Italia.
Poco più di un anno dopo, spostatisi solo alcune decine di miglia marine, ecco che tutto si ripete, anche se era continuato lo stillicidio di vite umane sacrificate sull’altare dell’economia globale, così restìa nell’investire risorse per prevenire, almeno in parte, catastrofi umanitarie legate alle migrazioni.
Le proporzioni di questa ennesima sciagura, sono un pugno allo stomaco sferrato con crudeltà al nostro sentirci uomini del terzo millennio.
Abbiamo assistito con colpevole e a volte complice impotenza, al proliferare dei conflitti in quei Paesi che erano teatri dei nostri traffici più o meno leciti.
Ora ci meravigliamo della marea umana che da quei Paesi fugge dinanzi alle atrocità dell’uomo, dalle persecuzioni in nome di un dio che non esiste, se lo vogliamo vedere carnefice dei propri figli.
Non è girando la testa da un’altra parte che si risolverà o si arresterà l’esodo biblico che ormai stiamo vivendo.
In un antico Midrash a commento del passaggio del Mar Rosso da parte degli Ebrei, fuggiaschi dinanzi agli egiziani, al canto di Miriam, sorella di Mosè, anche gli angeli del Cielo avevano iniziato a cantare e danzare. Al vedere quelle danze, YHWH rimprovera gli angeli dicendo loro: “Come posso gioire per la salvezza del mio popolo se sto piangendo i miei figli egiziani?”.
Dio non fa distinzione tra figli, come stiamo facendo noi in questi momenti che richiederebbero solo preghiera e volontà di cambiare le cose.
Il tempo della retorica è ormai scaduto, che ci piaccia o no! (Riccardo Garbetta – direttore Migrantes)



