Roma – “In questo momento l’Italia e gli italiani stanno vivendo una nuova stagione di emigrazione, a causa della crisi economica e della disoccupazione che, nei giovani, ha raggiunto e superato il 42%: meno di 1 giovane su tre trova oggi lavoro in Italia. Non siamo ancora evidentemente ai numeri della grande diaspora di fine Ottocento inizi Novecento, ma sicuramente i numeri stanno costantemente crescendo e, guardando al panorama dei flussi migratori mondiali, ancora una volta gli italiani giocano – come in passato – un ruolo primario nel proporre nuove caratteristiche delle partenze dai paesi occidentali”. Lo ha detto ieri pomeriggio Mons. Gian Carlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes intervenuto alla presentazione del volume “Nel solco degli emigranti: i vitigni italiani alla conquista del mondo”, promosso dalla Società Geografica Italiana, dalla Fondazione Migrantes e dall’Università La Sapienza e curato da Delfina Licata e Flavia Cristaldi. “Non più migrazioni solitarie, ma partenze di nuclei familiari e di donne che, sicuramente con numeri di poco inferiori a quelli degli uomini, si muovono alla ricerca di situazioni di vita soddisfacenti”, ha sottolineato il direttore Migrantes ricordando come “gli italiani siano stati fecondi nel proporre modelli di vita lontani dalla nazione di nascita”.
Il sacrificio, il lavoro, il rispetto del territorio e della natura sono stati valori – ha detto ancora Mons. Perego – “che si sono trasformati con e durante l’emigrazione, diventando altro a seguito del metissage tra luogo di partenza e luogo di arrivo. E così, il tralcio di vite gelosamente custodito nella valigia alla partenza, le bottiglie di vino scrupolosamente conservate nei numerosi viaggi – come testimonia, ad esempio, nei suoi racconti di viaggio la Santa Francesca Saverio Cabrini, patrona dei migranti- è diventato sapore e colore dell’Italia fuori dei confini nazionali, ma anche ricordo e testimonianza di valori familiari, di tradizioni passate di padre in figlio, di segreti messi in atto perché la terra risponda al lavoro nel modo migliore”. Il risultato della ricerca – spiega Delfina Licata – dimostra come ancora oggi il migrante “abbia da raccontare a ciascuno di noi” la propria storia, auspicando che si possa riscoprire “la vocazione profonda del nostro Paese all‘accoglienza.



