Torino – «La nostra Diocesi e anche tutte le altre del Piemonte sono molto impegnate nell’accoglienza e nell’accompagnamento dei rifugiati e immigrati e lo fanno offrendo strutture e volontariato con grande generosità. Sono ormai diverse migliaia i posti che assicuriamo per quest’emergenza. Non possiamo però dimenticare che la pur necessaria accoglienza non basta: essa risponde certo all’emergenza, ma occorre avere una progettualità più ampia e un tempo prolungato di accompagnamento formativo e specifico per trovare soluzioni che diano a queste persone una prospettiva per il loro futuro…”. A dirlo è stato l’arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia secondo il quale in questo senso “l’Europa diventa decisiva: molti infatti – lo sappiamo – passano dall’Italia per andare all’estero, dove c’è più possibilità di lavoro e di sistemazione che nel nostro Paese. Credo – spiega in una nota – che l’allarmismo, che tende a sollevarsi di fronte a questo dramma umano che tutti ci coinvolge, non aiuti ad affrontarlo serenamente e crei tensioni e divisioni inutili e dannose in un momento in cui occorre dare comunque una risposta immediata e concreta alle necessità di queste persone e famiglie – tra cui anche diversi minori – che cercano un posto non solo ormai per stare un po’ meglio, ma per poter sopravvivere di fronte alle violenze, alla fame e all’estrema miseria che assillano i loro Paesi”.
Per mons. Nosiglia il problema di tanti “non è più quello tradizionale di emigrare per trovare delle condizioni migliori di esistenza per sé e i propri cari, ma di non morire di fame e di stenti o a causa di guerre e violenze disumane – come ben vediamo. Per cui, è necessario serrare le fila e fare in modo che tutti, proprio tutti, ci mettiamo in gioco e non scarichiamo il problema solo su alcuni: dico tutti i Comuni, tutte le parrocchie, tutte le realtà religiose e civili, le famiglie e ogni cittadino. Se daremo vita a una rete di questo genere, allora il peso ricadrà in modo proporzionato – e tutto sommato ben sopportabile da parte di ciascuna realtà e componente sociale del Paese. Fa parte della nostra tradizione umana, cristiana e civile e questo può aiutare molto a riscoprire la gioia di quell’Amore più grande che in questi mesi abbiamo meditato nell’Ostensione della Sindone”. Da qui l’invito a farlo diventare “via concreta del vivere insieme e ne trarremo tanti benefici di bene e di speranza anche per le nostre difficoltà” e l’appello alle comunità cristiane, a quelle religiose e alle famiglie della diocesi e territorio, ma anche ai Comuni e alle Istituzioni, per “affrontare uniti questo momento che non va vissuto solo come un problema, ma come un forte invito a investire il meglio di noi stessi per gli altri e dunque a trarne anche un vantaggio grande di fronte a Dio, perché chi più dona, più riceve, come ci insegnano i nostri santi sociali. Sarà il più bel biglietto da visita che potremo presentare a Papa Francesco”.



