Roma – “Questa nuova stagione di migrazioni nel nostro Paese, seppur contenuta nei numeri rispetto alle migrazioni economiche di questi ultimi 25 anni, rischia, anche per le forme di comunicazione e di interpretazione non sempre corrette, di disorientare noi stessi, i presbiteri e fedeli”. A scriverlo è il neo Presidente della Fondazione Migrantes, mons. Guerino Di Tora, in una lettera ai direttori diocesani e ai coordinatori etnici nazionali in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato, che si celebra domani, 20 giugno per “condividere” alcune riflessioni sulla situazione dei migranti che in questi mesi, sempre più numerosi, stanno attraversando il Mediterraneo e raggiungendo le coste e i porti delle regioni del Sud del nostro Paese. “Non possiamo nasconderci – scrive il presule – che nelle nostre comunità diocesane e parrocchiali, soprattutto nei luoghi di sbarco e di passaggio o nei luoghi di prima e seconda accoglienza, l’arrivo di queste persone migranti, private di tutto, talvolta anche della loro stessa dignità, perché sfruttate e offese, rischia di generare una divisione: tra chi desidera farsi prossimo, accogliere, e chi ritiene opportuno che le persone vengano respinte”. Il disagio che si vive in questi giorni in alcune città, nei porti e nelle stazioni metropolitane è “nato – evidenzia il presidente di Migrantes – da un viaggio interrotto, a causa della chiusura delle frontiere verso la Francia, la Svizzera e l’Austria: segno di un’Europa che fatica a condividere nuove forme di protezione internazionale, nonostante una politica comune sull’asilo”. Mons. Di Tora sottolinea che mentre alcune comunità da una parte hanno realizzato “meravigliosi gesti di disponibilità, accoglienza, accompagnamento fraterno”, altre si sono “chiuse, hanno ceduto alle paure, hanno percepito in modo minaccioso questa nuova presenza. Se è vero che l’azione della Chiesa, nelle sue diverse espressioni, non può che essere sussidiaria all’azione dello Stato e delle istituzioni territoriali, soprattutto nel servizio sociale alle persone, non possiamo però mancare di sollecitare e accompagnare in ogni diocesi – anche in collaborazione con le istituzioni – una testimonianza cristiana concreta e fedele al Vangelo, a tutela delle persone e famiglie migranti, nella logica dei ‘segni’ e di una condivisione dei beni con i nuovi poveri del mondo, a cui le guerre, le persecuzioni politiche e religiose, i disastri ambientali hanno tolto tutto: casa, lavoro, affetti, la terra, il paese”. L’azione pastorale e culturale deve “favorire – spiega mons. Di Tora – percorsi educativi ed esperienze d’incontro nelle parrocchie, valorizzando esperienze associative e di gruppi o luoghi segno così che la conoscenza possa aprire l’intelligenza e la coscienza a ‘riconoscere’ i nostri fratelli. Tanto più che molti di questi fratelli migranti oggi in fuga hanno lasciato luoghi di fede e comunità cristiane (in Siria, Eritrea, Senegal, Costa D’Avorio, ad esempio) e quindi hanno bisogno anche di una nuova comunità per continuare a vivere almeno un tratto della storia di fede personale. Oggi – conclude – alle nostre comunità cristiane e ai singoli fedeli, guardando il cammino dei popoli, soprattutto il cammino forzato dei popoli, è chiesto un supplemento di testimonianza cristiana, un ‘di più’ di accoglienza” con l’invita di Papa Francesco a “preghiamo per tanti fratelli e sorelle che cercano rifugio lontano dalla loro terra, che cercano una casa dove poter vivere senza timore, perché siano sempre rispettati nella loro dignità” e incoraggiando “l’ opera di quanti portano loro un aiuto e auspico che la comunità internazionale agisca in maniera concorde ed efficace per prevenire le cause delle migrazioni forzate”.



