Papa Francesco: la Chiesa deve essere ospitale

Roma – Papa Francesco torna a Roma dopo oltre una settimana in America Latina. Secondo viaggio del suo pontificato in questo Continente dopo quello del 2013 in Brasile per la Giornata Mondiale della Gioventù. E appena sceso dall’aereo si reca nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma per pregare ai piedi dell’icona della “Salus populi romani” (“Salvezza del popolo romano”), e per rendere grazie per la protezione che aveva chiesto alla Santissima Vergine qualche giorno prima del viaggio. Una consuetudine, quella della sosta davanti all’effige della Madonna più antica e venerata dai romani, che Francesco ripete alla vigilia e al rientro di ogni viaggio apostolico.

Un lungo viaggio quello di Papa Francesco nella “periferia” della “Sua” America Latina: otto giorni tra Ecuador, Bolivia e Paraguay, sette voli e ventidue discorsi. Un viaggio conclusosi con la visita alla baraccopoli di Banado Norte, alla periferia della capitale del Paraguay Asuncion e la messa davanti a un milione di persone nella base militare di Nu Guazu. Molti i temi di questo viaggio che non sarà dimenticato presto soprattutto per i forti appelli lanciati a favore dei più poveri, dei più disiderati, di coloro che vengono “scartati” da una economia “che uccide”. Otto giorni tra sobborghi poveri delle metropoli dei tre paesi visitati, una visita al carcere-ghetto di Palmasola e il suo lungo discorso ai movimenti popolari che qualcuno ha definito una mini enciclica. E ancora la messa che ha celebrato in Ecuador nel Parco del Bicentenario, con il suo appello ai popoli a rinnovare il grido di libertà risuonato 200 anni fa contro le potenze coloniali, per un nuovo modello di società.

Un viaggio nel quale il pontefice ha continuamente proposto e incarnato il volto di una Chiesa che si immerge nei processi, accompagna le moltitudini dall’interno”, condividendone le fragilità, le ferite, le sofferenze. Una chiesa che deve essere “casa dell’ospitalità”: per questo – ha detto nell’omelia dell’ultima messa celebrata al termine del viaggio presso il campo grande di Nu Guazù – “bisogna tenere le porte aperte, soprattutto le porte del cuore”. “Ospitalità è una “parola chiave della spiritualità cristiana: “Ospitalità con l’affamato, con l’assetato, con lo straniero, con il nudo, con il malato, con il prigioniero, con il lebbroso, con il paralitico. Ospitalità con chi non la pensa come noi, con chi non ha fede o l’ha perduta, magari per colpa nostra. Ospitalità con il perseguitato, con il disoccupato. Ospitalità con le culture diverse, di cui questa terra paraguaiana è così ricca. Ospitalità con il peccatore, perché ognuno di noi lo è”. Secondo Francesco, c’è un male, oggi, che “distrugge silenziosamente tante vite”: la solitudine, che “ci separa dagli altri, da Dio, dalla comunità”. La Chiesa, che è madre, “non deve gestire cose, progetti, ma imparare a vivere la fraternità con gli altri”. “Quante volte – ha spiegato – immaginiamo l’evangelizzazione intorno a migliaia di strategie, tattiche, manovre, trucchi, cercando di convertire le persone con le nostre argomentazioni. Oggi il Signore ce lo dice molto chiaramente: nella logica del Vangelo non si convince con le argomentazioni, le strategie, le tattiche, ma imparando ad ospitare”. “Una cosa è certa – ha aggiunto – non possiamo obbligare nessuno a riceverci, ad ospitarci; è certo ed è parte della nostra povertà e della nostra libertà. Ma è altrettanto certo che nessuno può obbligarci a non essere accoglienti, ospitali verso la vita del nostro popolo. Nessuno può chiederci di non accogliere e abbracciare la vita dei nostri fratelli”. Oggi occorre vivere “in un altro modo, con un’ altra legge, sotto un’ altra normativa” che significa “passare dalla logica dell’egoismo, della chiusura, dello scontro, della divisione, della superiorità, alla logica della vita, della gratuità, dell’ amore. Dalla logica del dominio, dell’ oppressione, della manipolazione, alla logica dell’ accogliere, del ricevere, del prendersi cura”. Papa Francesco parlando dall’America Latina, ma non limitandosi a questo continente, ha chiesto “maggiore rispetto per la persona umana in quanto tale, con diritti fondamentali e inalienabili ordinati al suo sviluppo integrale, alla pace sociale, vale a dire, alla stabilità e alla sicurezza di un determinato ceto, che non si attua senza una particolare attenzione alla giustizia distributiva”. Bergoglio, in Bolivia, davanti alle autorità civili ha puntato il dito contro chi confonde il “bene comune” con il “benessere”. Per Francesco, infatti, quest’ultimo se “fa riferimento solamente all’abbondanza materiale tende a essere egoista, a difendere gli interessi di parte, a non pensare agli altri, e a cedere al richiamo del consumismo. Così inteso, il benessere, invece di aiutare, è portatore di possibili conflitti e di disgregazione sociale; affermatosi come prospettiva dominante, genera il male della corruzione, che scoraggia e fa tanto danno”. E sempre in Bolivia l’incontro con i movimenti popolari. “Terra, casa e lavoro per tutti i nostri fratelli e sorelle. L’ho detto e lo ripeto: sono diritti sacri. Vale la pena, vale la pena di lottare per essi. Che il grido degli esclusi si oda in America Latina e in tutta la terra”, è l’appello forte del pontefice che torna sulle tre ”t”: tierra, techo y trabaco (in spagnolo) mettendo al centro l’urgenza di un cambiamento di fronte alle situazioni di ingiustizia e di esclusione che oggi si vivono nel mondo. “Abbiamo bisogno e vogliamo un cambiamento”, perché “questo sistema non regge più: non lo sopportano i contadini, i lavoratori, le comunità,  i villaggi. E non lo sopporta più la Terra, la sorella Madre Terra, come diceva san Francesco”, ha detto il papa sottolineando, a proposito delle “molte esclusioni” e delle “ingiustizie subite in ogni attività di lavoro, in ogni quartiere, in ogni territorio”, che “non si tratta di problemi isolati”, ma di “realtà distruttive” che “rispondono ad un sistema che è globale”, e che “ha imposto la logica del profitto ad ogni costo, senza pensare all’esclusione sociale o alla distruzione della natura”. “Quando il capitale diventa idolo e dirige le scelte degli esseri umani, quando l’avidità di denaro controlla l’intero sistema socioeconomico, rovina la società, condanna l’uomo, lo fa diventare uno schiavo, distrugge la fraternità interumana, spinge popolo contro popolo e, come si vede, minaccia anche questa nostra casa comune”, ha spiegato Bergoglio evidenziando come spesso, davanti ai fatti di cronaca quotidiana “siamo convinti che non si può fare nulla, ma solo prendersi cura di sé e della piccola cerchia della famiglia e degli affetti”. Ma questo non è vero: ognuno di noi può fare qualcosa: “Voi siete seminatori del cambiamento” per costruire, insieme alla rivendicazione dei “vostri legittimi diritti, i popoli e le loro organizzazioni sociali” un’ “alternativa umana alla globalizzazione escludente”. Nel viaggio ha poi parlato di famiglia durante la Messa a Guayaquil, davanti a una distesa sterminata di persone, forse un milione. Con l’invito a pregare per il prossimo Sinodo sulla famiglia. Commentando il passo evangelico delle nozze di Cana ha sottolineato che “Il vino migliore è quello che sta per essere bevuto, la realtà più amabile, profonda e bella per la famiglia deve ancora arrivare”. È questa la “buona notizia”, anche per chi vede “crollare tutto”. “Quanti adolescenti e giovani percepiscono che nelle loro case ormai da tempo non c’è più questo vino! Quante donne sole e rattristate si domandano quando l’amore se n’è andato scivolando via dalla loro vita! Quanti anziani si sentono lasciati fuori dalle feste delle loro famiglie, abbandonati in un angolo e ormai senza il nutrimento dell’amore quotidiano!”. Da qui la richiesta di fare “spazio” a Maria, di agire come ha fatto lei per supplire alla “mancanza di vino” che attanaglia ancora oggi le nostre famiglie, anche sotto forma di “mancanza di lavoro”. “I servizi che la società presta ai cittadini non sono una forma di elemosina, ma un autentico debito sociale nei confronti dell’istituzione familiare, che tanto apporta al bene comune”, ha detto il pontefice ricordando che “la famiglia è l’ospedale più vicino, la prima scuola dei bambini, il punto di riferimento imprescindibile per gli anziani”. “La famiglia  costituisce la grande ricchezza sociale, che altre istituzioni non possono sostituire, che dev’essere aiutata e potenziata, per non perdere mai il giusto senso dei servizi che la società presta ai cittadini”. (Raffaele Iaria)