Torino – Vengono da Ghana, Costa d’Avorio, Mali e Guinea: sbarcati a Lampedusa dopo il viaggio sui barconi, da giovedì scorso sono ospiti dell’Istituto Don Bosco di Alessandria. Sono i primi 10 giovani rifugiati accolti in una casa salesiana piemontese dopo l’invito dell’Ispettore del Piemonte e della Valle d’Aosta, don Enrico Stasi, a dare nuova linfa al carisma salesiano dell’accoglienza e dell’accompagnamento dei giovani più emarginati, in occasioni delle celebrazioni del Bicentenario di don Bosco, che si concluderanno nei prossimi giorni. “La comunità di Alessandria – dice don Stasi – si è resa subito disponibile a ospitare un gruppo di profughi: altre case della nostra ispettoria stanno rispondendo. Il Papa durante la sua visita a Torino ha spronato la famiglia salesiana a un cristianesimo che si manifesti in opere rivolte ai più poveri e bisognosi”. L’arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia, a nome di tutta la Conferenza episcopale piemontese, il 30 aprile nella festa liturgica di san Benedetto Cottolengo, aveva invitato tutte le Congregazioni religiose ad aprire le loro strutture all’accoglienza.
“Li abbiamo accolti – racconta don Gianfranco Avallone, parroco e direttore dell’Opera salesiana alessandrina – con un cartello in varie lingue che diceva “Benvenuti a casa”: così avrebbe fatto don Bosco. Abbiamo allestito tre stanze nelle classi del catechismo con i letti forniti dalla Protezione civile e, grazie al tam tam della parrocchia, subito sono arrivati una lavatrice, un forno microonde e un frigo». Ora ad Alessandria c’è un pezzo d’Africa, impegnato nei servizi di cucina e pulizia delle stanze. In oratorio sono stati organizzati tornei di calcio e alcune maestre, che non sono andate in ferie, hanno già avviato il corso di italiano. In questi giorni pensavo al Bicentenario e al suo motto: con i giovani per i giovani come don Bosco – continua don Avallone –. Ecco, noi qui ad Alessandria vogliamo essere casa con i giovani immigrati e per i giovani immigrati non solo a parole, ma cercando di coinvolgere tutta la comunità diocesana”.
Don Domenico Ricca, referente dei progetti disagio ed emarginazione dell’Ispettoria piemontese, è il coordinatore dell’accoglienza dei profughi segnalati dalle Prefetture nelle case salesiane che si stanno rendendo disponibili: “Vogliamo ospitare non grandi numeri ma gruppetti di giovani o famiglie a cui offrire un’opportunità di integrazione, insegnando loro l’italiano e poi avviandoli al lavoro anche temporaneo con corsi di formazione professionale, in modo che possano rendersi indipendenti e pensare al proprio futuro”. La solidarietà, affinché non sia solo assistenzialismo, “ha bisogno di costruire reti, di coinvolgere la comunità cristiana, la città e i servizi su territorio”. (Ilaria Solaini)
“Li abbiamo accolti – racconta don Gianfranco Avallone, parroco e direttore dell’Opera salesiana alessandrina – con un cartello in varie lingue che diceva “Benvenuti a casa”: così avrebbe fatto don Bosco. Abbiamo allestito tre stanze nelle classi del catechismo con i letti forniti dalla Protezione civile e, grazie al tam tam della parrocchia, subito sono arrivati una lavatrice, un forno microonde e un frigo». Ora ad Alessandria c’è un pezzo d’Africa, impegnato nei servizi di cucina e pulizia delle stanze. In oratorio sono stati organizzati tornei di calcio e alcune maestre, che non sono andate in ferie, hanno già avviato il corso di italiano. In questi giorni pensavo al Bicentenario e al suo motto: con i giovani per i giovani come don Bosco – continua don Avallone –. Ecco, noi qui ad Alessandria vogliamo essere casa con i giovani immigrati e per i giovani immigrati non solo a parole, ma cercando di coinvolgere tutta la comunità diocesana”.
Don Domenico Ricca, referente dei progetti disagio ed emarginazione dell’Ispettoria piemontese, è il coordinatore dell’accoglienza dei profughi segnalati dalle Prefetture nelle case salesiane che si stanno rendendo disponibili: “Vogliamo ospitare non grandi numeri ma gruppetti di giovani o famiglie a cui offrire un’opportunità di integrazione, insegnando loro l’italiano e poi avviandoli al lavoro anche temporaneo con corsi di formazione professionale, in modo che possano rendersi indipendenti e pensare al proprio futuro”. La solidarietà, affinché non sia solo assistenzialismo, “ha bisogno di costruire reti, di coinvolgere la comunità cristiana, la città e i servizi su territorio”. (Ilaria Solaini)



