Berlino – Le violente manifestazioni xenofobe avvenute lo scorso fine settimana nei pressi di Dresda hanno drammaticamente rilanciato il problema dell’accoglienza ai profughi e ai rifugiati in Germania. Sul tema è intervenuta anche la comunità ecclesiale da sempre fortemente impegnata nel promuovere l’assistenza e l’integrazione di quanti giungono in Germania nella speranza di costruire un futuro migliore per loro e per le loro famiglie.
Il cardinale Rainer Maria Woelki, arcivescovo di Colonia e presidente della commissione Caritas della Conferenza episcopale tedesca, al termine di un viaggio in Kosovo e in Albania, ha ribadito che ognuno ha la responsabilità di prestare assistenza in particolare alle persone che sono nel bisogno e in fuga: “Il diritto di asilo è un diritto fondamentale e un diritto individuale a prescindere dalla razza, religione o colore. I richiedenti asilo provenienti dai Balcani occidentali hanno il diritto di restare partendo da un esame equo, imparziale e individuale”. Non solo. Secondo il cardinale Woelki, quando le persone emigrano in cerca di migliori condizioni di vita, al fine di uscire dalla povertà, o per fuggire da situazioni di pericolo, ciò è perfettamente comprensibile.
La questione in Germania si pone sempre più pressante: il ministro degli interni della Repubblica federale, Thomas de Maizière, ha affermato che alla fine del 2015 si prevede di arrivare alla cifra di ottocentomila richieste di asilo. La cifra è ritenuta plausibile dalla Chiesa, che si è subito mobilitata per offrire il massimo di assistenza e accoglienza possibili.
Secondo l’arcivescovo di Bamberg, monsignor Ludwig Schick, non è corretta l’equazione tra rifugiati e immigrazione di massa. Si tratta di un’equazione che crea spesso solo inutili allarmismi: “Rispetto ai Paesi poveri come Libano, Giordania, Iraq e Turchia, da noi sono pochi i profughi: in tutto il mondo – ha ricordato il presule – ci sono oltre sessanta milioni di persone in fuga, e appena il quattro per cento di loro raggiungerà i Paesi dell’Unione europea. Quindi siamo in grado di raccoglierne e assorbirne di più”.
Per Stefan Kessler, responsabile delle politiche europee del Jesuit Refugee Service (Jrs), le reazioni che possono derivare da queste previsioni sono chiare “e le immagini dello ‘tsunami umano’ che prevalgono sono frutto di informazioni poco reali e concrete”. Per l’esponente del Jrs tuttavia “è molto probabile che tante persone cercheranno protezione in Germania e in altri Paesi europei: la guerra in Siria, Somalia, Afghanistan e Iraq, le massicce violazioni dei diritti umani in Eritrea, la discriminazione contro le minoranze etniche come i rom in Serbia o in Bosnia ed Erzegovina, tutti questi pericoli immediati per la vita e l’incolumità fisica continueranno a costringere le persone a fuggire”. (Osservatore Romano)
Il cardinale Rainer Maria Woelki, arcivescovo di Colonia e presidente della commissione Caritas della Conferenza episcopale tedesca, al termine di un viaggio in Kosovo e in Albania, ha ribadito che ognuno ha la responsabilità di prestare assistenza in particolare alle persone che sono nel bisogno e in fuga: “Il diritto di asilo è un diritto fondamentale e un diritto individuale a prescindere dalla razza, religione o colore. I richiedenti asilo provenienti dai Balcani occidentali hanno il diritto di restare partendo da un esame equo, imparziale e individuale”. Non solo. Secondo il cardinale Woelki, quando le persone emigrano in cerca di migliori condizioni di vita, al fine di uscire dalla povertà, o per fuggire da situazioni di pericolo, ciò è perfettamente comprensibile.
La questione in Germania si pone sempre più pressante: il ministro degli interni della Repubblica federale, Thomas de Maizière, ha affermato che alla fine del 2015 si prevede di arrivare alla cifra di ottocentomila richieste di asilo. La cifra è ritenuta plausibile dalla Chiesa, che si è subito mobilitata per offrire il massimo di assistenza e accoglienza possibili.
Secondo l’arcivescovo di Bamberg, monsignor Ludwig Schick, non è corretta l’equazione tra rifugiati e immigrazione di massa. Si tratta di un’equazione che crea spesso solo inutili allarmismi: “Rispetto ai Paesi poveri come Libano, Giordania, Iraq e Turchia, da noi sono pochi i profughi: in tutto il mondo – ha ricordato il presule – ci sono oltre sessanta milioni di persone in fuga, e appena il quattro per cento di loro raggiungerà i Paesi dell’Unione europea. Quindi siamo in grado di raccoglierne e assorbirne di più”.
Per Stefan Kessler, responsabile delle politiche europee del Jesuit Refugee Service (Jrs), le reazioni che possono derivare da queste previsioni sono chiare “e le immagini dello ‘tsunami umano’ che prevalgono sono frutto di informazioni poco reali e concrete”. Per l’esponente del Jrs tuttavia “è molto probabile che tante persone cercheranno protezione in Germania e in altri Paesi europei: la guerra in Siria, Somalia, Afghanistan e Iraq, le massicce violazioni dei diritti umani in Eritrea, la discriminazione contro le minoranze etniche come i rom in Serbia o in Bosnia ed Erzegovina, tutti questi pericoli immediati per la vita e l’incolumità fisica continueranno a costringere le persone a fuggire”. (Osservatore Romano)



