Tra i profughi siriani giunti in Svizzera: una casa per Mohammad

Winterthur – Non sono solo l’Italia, la Grecia o i Paesi dei Balcani a fare fronte, in questi mesi, al massiccio arrivo di profughi. Alla fine del 2014, in Svizzera si contavano infatti circa 50.000 procedure di richieste di asilo. La maggior parte riguardavano cittadini provenienti dall’Eritrea (9.851), dalla Siria (7.041) e dall’Afghanistan (4.071). E il bilancio 2015 dello Stato ha previsto 1,3 miliardi di franchi per l’immigrazione: il 79 per cento per l’assistenza ai profughi, le spese per il rimpatrio, i costi dell’integrazione e la gestione internazionale della migrazione.

Da quando è esploso il conflitto in Siria, la Svizzera ha destinato 178 milioni di franchi agli aiuti umanitari, soprattutto a sostegno della Croce rossa. Quest’anno, secondo la segreteria della Migrazione, sono stati aggiunti 20 milioni di franchi ai 30 già stanziati per sostenere la popolazione in Siria. In queste ore è stata resa pubblica la decisione di riservare altri 70 milioni alla voce asilo.

Anche la Chiesa, come spiega Daniel Kosch, segretario generale della Conferenza episcopale, ha previsto buone soluzioni per aiutare i profughi. La maggior parte delle iniziative è gestita attraverso la Caritas. Per esempio si mettono a disposizione di tutti gli spazi fruibili, come le sale parrocchiali, per la cura dei bambini, i corsi di lingua tedesca per adulti e le attività di incontro e di svago.

Nelle varie città e comunità del paese i profughi devono però confrontarsi con la realtà quotidiana: devono trovare un lavoro e un alloggio, comunicare in un’altra lingua, scontrarsi con le differenze culturali e con gli atteggiamenti di diffidenza e di rifiuto. “Non siamo interessati ad affittare la nostra casa a questo tipo di persone, grazie”, è la risposta comune dei proprietari quando si chiede un immobile per i profughi. Altre volte non possono affittarla perché sono in troppi rispetto allo spazio disponibile. “Perché non possono vivere più di cinque persone in una casa? Noi restiamo tutti insieme: nonni, figli, fratelli, l’intera famiglia!”, dice Mohamed Mohammad, un curdo siriano che con sua moglie, Giylan, e le sue tre figlie è in Svizzera da un anno e ancora non ha trovato un alloggio da affittare. Vivono in cinque in una stanza con due letti a castello in uno dei centri per profughi a Winterthur. Lì i richiedenti asilo devono restare, in teoria, dai tre ai sei mesi, fino a quando la loro situazione non viene esaminata e ricevono lo status di rifugiati, oppure vengono rispediti nel loro Paese di origine o in un terzo Paese di accoglienza. Mohammad e sua moglie hanno già il passaporto di tipo b che permette loro di restare nel territorio a tempo indefinito, rinnovandolo ogni anno. Mohammad potrebbe anche lavorare. Ma prima non solo deve imparare il tedesco ma deve anche capire il “sistema”. “Siamo stati all’ospedale a visitare un amico, un fratello — spiega — e non ci hanno fatti entrare tutti nella stanza. Il signore del letto accanto era infastidito perché eravamo molti, com’è normale, e invece lui era triste, solo. Perché è così? Noi ci siamo sempre gli uni per gli altri. Da quando siamo arrivati non abbiamo mai sofferto la fame”.

Secondo Mohammad, tra veri fratelli, ossia tra concittadini e anche amici, ci si aiuta, perché siamo tutti figli di Dio. “Quelli che uccidono e si uccidono in nome di Allah non sono musulmani, questa non è religione. Sono pazzi!”. Alcuni mesi fa Mohammad ha cercato un dottore che parlasse curdo. Ha poi preso un appuntamento con un medico arabo — la direzione del centro di accoglienza dispone di un elenco di medici che parlano diverse lingue e le cui prestazioni sono coperte da assicurazione — ma non sembra aver risolto i suoi problemi. “La mia testa non sta ancora bene. In Siria ho ricevuto scariche elettriche per un anno. Mi sento ancora strano e devo spiegarlo al dottore, ma nella mia lingua”.  Le figlie di Mohammad e Giylan vanno ogni giorno nella scuola più vicina al loro quartiere dove vivono un gran numero di immigranti. Hanno imparato il tedesco più rapidamente dei genitori e, secondo questi ultimi, stanno dimenticando il curdo. Per la madre vivere nel centro di accoglienza è angosciante perché ci sono troppi uomini (la maggior parte africani). “Quando vado a cucinare, è pieno di uomini e devo chiedere loro di farmi spazio per usare un fornello. È un grande stress per me. Non m’importa di vivere in una casa di due sole stanze; qualsiasi cosa è meglio di qui”. Ma anche in Svizzera ci sono forze politiche che alimentano la retorica della distinzione, che tracciano una frontiera tra loro e noi. “Loro” ai quali non affittiamo i nostri immobili. “Noi” che non vogliamo più centri di accoglienza nel cantone di Zurigo, centro economico del “nostro Paese”; perché il “nostro” mercato del lavoro, i “nostri” posti di studio e la “nostra” sicurezza sono minacciate dall’arrivo di più gente come “loro”: immigranti che entrano in modo disordinato. Il problema è che tra “loro” si trovano persone e famiglie come quella di Mohammad che vorrebbero tornare nella propria casa in Siria e non possono. Ma che non ne trovano neppure una qui. (Karina Alarcón – Osservatore Romano)