Belgio – “Preti, suore, laici delle comunità, vescovi che inviano i loro preti, le strutture di Migrantes ed i rappresentanti e coordinatori delle missioni. Si è trattato sempre di uomini e donne che hanno dato e danno ancora oggi il meglio di sé al servizio degli Italiani e che ancora di più sono chiamati a contribuire alla vita e alla missione della chiesa nelle comunità di comunione”. Lo ha detto oggi il Vicario generale della diocesi di Hasslet, mons. Karel d’Huys, intervenendo alla tavola rotonda sul tema “Le Chiese e la pastorale dei migranti in Europa” che ha aperto la seconda giornata del convegno delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa in corso a Brescia sul tema “Gli emigranti italiani e le Chiese in Europa, a 50 anni dal Concilio Vaticano II”. Il sacerdote, parlando della realtà della MCI italiana in Belgio ha detto che oggi, accanto ad una comunità numerosa che si è formata nel decennio a ridosso della Seconda Guerra Mondiale e di “cui conosciamo ormai la terza e quarta generazione” si è aggiunta una seconda ondata di migrazione, quella degli “expat”: persone che arrivano per l’Unione Europea o per le istituzioni culturali ed economiche”. A ridosso degli anni 2000 in quasi tutte le diocesi del paese la panoramica della pastorale territoriale era cambiata e si “sopportava” appena l’esistenza di una “comunità Italiana” a parte, scegliendo decisamente “una riorganizzazione – ha spiegato – delle parrocchie in unità pastorali, nelle quali far confluire anche le comunità cattoliche d’origine straniera. Da una parte cresceva il desiderio di estinguere le missioni, dall’altra la determinazione di salvaguardare ad ogni costo un certo passato”. Con il documento vaticano “Erga migrantes caritas Christi”, del 2004 si inizia a parlare di “modello chiesa-comunione”. In questo progetto per diventare chiesa di comunione sono state coinvolte tutte le parti che ha portato al documento “Le Comunità cattoliche di origine Italiana e la chiesa locale in Belgio. (Camminando) verso comunità di comunione”. In questo progetto si riconosceva – ha detto mons. D’Huys – “l’esistenza della comunità Italiana e riscoprire il suo valore”. Inoltre si coinvolgeva la comunità Italiana anche a livello istituzionale, con membri che facciano parte del consiglio pastorale parrocchiale e dei vari consigli diocesani. In questo processo – ha detto – è “cresciuto il desiderio nella chiesa locale di far tesoro del modo di essere comunità degli Italiani. D’altra parte cresce la consapevolezza nelle comunità Italiane di non essere un ‘caso a parte’ ma che insieme facciamo parte di una più grande rete multiculturale”. Nel percorso – ha poi sottolineato il vicario della diocesi di Hasselt – verso una comunità di comunione è stato “fatto molto ma c’è ancora da fare. La trappola del conflitto ‘integrazione – identità’ c’è sempre”. Oggi occorre “un nuovo passo in avanti: prendere coscienza della vocazione cristiana, quella della fratellanza, cosi che Belgi e Italiani, insieme con tanti altri cristiani, diventiamo fratelli dell’umanità nel mondo. In questi tempi di migrazione e dell’afflusso di profughi, mi pare una cosa urgente”. Il sacerdote ha quindi annunciato che i vescovi belgi stanno preparando un documento sulla posizione dei preti ed altri responsabili della pastorale provenienti dall’estero in servizio nella Chiesa Belga. “Al di là delle proprie comunità e della propria missione – ha detto – siamo chiamati insieme, sullo stesso livello, all’evangelizzazione – l’una chiesa dando appoggio all’altra, scambiandoci reciprocamente i vari doni dello Spirito. In questo senso la missione Ad gentes e quella all’interno della Chiesa occidentale sono molto vicine. Il ministero quindi del prete Belga, Italiano o Africano non è tanto diverso”



