Brescia – Le Missioni Cattoliche Italiane in Gran Bretagna sono attualmente costituire dalla comunità di San Pietro a Londra, dalla comunità dei padri scalabriniani, dalle MCI di Nottingham, Loughborough, Leicester, Lincoln, Bradford e Nord di Londra. A fare il punto sulla situazione delle comunità italiane in Gran Bretagna è stato questa mattina il delegato nazionale don Antonio Serra intervenendo alla terza giornata dei lavori del convegno delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa promosso dalla Fondazione Migrantes e in corso, fino a venerdì, a Brescia. Oltre alla celebrazioni liturgiche, alla preparazione e celebrazione di tutti i sacramenti nella parrocchia di San Pietro esiste da più di vent’anni una charity che si chiama St. Peter’s Projet che si preoccupa di accogliere e assistere italiani in difficoltà dal punto di vista sociale, economico e sanitario. Esiste un servizio di accoglienza con volontari una volta a settimana presso la cripta di una chiesa anglicana, dove è assicurato un pasto caldo, dialogo, e assistenza umana e spirituale ai giovani in disagio. Anche l’assistenza alle carceri non “è trascurata ma al momento. I cappellani delle carceri inglesi non registrano detenuti italiani a Londra ma solo quelli provenienti dall’est europeo”, ha detto don Serra aggiungendo anche che all’interno del progetto pastorale di immigrazione nella stessa parrocchia è nato un progetto di orientamento per gli immigrati dell’Italia che desiderano avere notizie circa la sistemazione, lavoro e studio a Londra. Il progetto si chiama “Benvenuto a Bordo”: ogni settimana partecipano all’iniziativa circa 40 ragazzi. Altra iniziativa, tra le tante citate dal sacerdote la nascita a Braford della mensa del povero. Ogni sabato viene offerto un pasto caldo a una sessantina di persone. “Tutte le spese sono sostenute dalla comunità”, ha detto. In Gran Bretagna secondo i dati del Consolato vivono 260 mila italiani iscritti all’AIRE, con un ritmo di 2000 iscrizioni al mese. Al di là dei numeri ufficiali, il Consolato, prò, ha detto don Serra, stima che l’effettiva popolazione italiana in Gran Bretagna sia di circa 500/600 mila persone presenti principalmente a Londra, Manchester, Newcastle, Bristol, Cardiff, Liverpool e Leeds. I recenti flussi riguardano per il 65% giovani dai 18 ai 35 anni e di questi il 57% è laureato. “Per questo motivo – ha detto don Serra – risuona spesso nei media e anche nelle nostre riunioni l’espressione ‘fuga dei cervelli’, come se esistessero esseri umani di serie A – quelli col cervello e quelli di serie C. Io eviterei questa espressione, perché come Chiesa siamo chiamati ad avere cura della persona tutta intera, anche e soprattutto di quella che è partita dimenticando il suo cervello a casa”. L’inserimento di queste persone è “difficile e problematico” a partire dalla lingua: i laureati che arrivano in Gran Bretagna hanno una competenza linguistica “buona ma di tipo scolastico. Una volta arrivati si rendono conto che l’inglese parlato è tutt’altra cosa. Tanti altri, invece hanno una competenza linguistica molto scarsa e in non rari casi pari a zero”. “Poiché la conoscenza dell’inglese è precondizione indispensabile per l’inserimento lavorativo in Inghilterra, molti trovano lavoro come lavapiatti nei ristoranti gestiti da italiani stessi, oppure come manovali in imprese gestite da italiani. Questo tipo di inserimento e il lavoro in un contesto italiano – secondo il sacerdote – fa sì che gli italiani diventino sempre più ghettizzati, impossibilitati ad apprendere la lingua nonostante una presenza pluriennale. Infine, la facilità di reperimento della manodopera e la gestione dell’impresa secondo stili e consuetudini italiane, alcuni imprenditori tendono a sfruttare i giovani appena arrivati con salari bassi e orari di lavoro spesso anche doppi rispetto a quelli consentiti dalla legge. Al primo cenno di cedimento o di ribellione i giovani vengono cacciati via dall’oggi al domani senza alcun preavviso”. Questi dati, “seppur imparziali e frammentati sollecitano la Chiesa locale e la Chiesa Italiana a rivolgersi a questo fenomeno “con urgenza e con grande attenzione e premura pastorale”. L’attuale “massiccia ondata di nuova immigrazione dall’Italia, peraltro in continua crescita lasciano presagire l’urgente necessità di incremento di presenza di operatori pastorali e di strutture adeguate che sappiano rispondere puntualmente all’emergenza umanitaria in atto, con un implemento significativo nelle grosse città”. I nostri emigrati – ha concluso – non si spostano in barconi e fanno “poca notizia”, ma anch’essi sono “gli ultimi ai quali noi Chiesa abbiamo il compito, non come opzione ma come vocazione, di manifestare il volto misericordioso del Padre”. (Raffaele Iaria)



