Un migrante su due ignora i rischi delle traversate

Roma – Un’operazione consapevolezza e verità. Per aiutare a orientare i giovani che lasciano l’Africa convinti di andare incontro a una vita migliore. E per informare anche le persone che, dall’altra parte del Mediterraneo, hanno il compito dell’accoglienza. I dati che emergono dal primo rapporto elaborato dall’Ong dei salesiani Vis e da Missioni Don Bosco sulle migrazioni dall’Africa sub-sahariana, realizzato intervistando circa 500 potenziali migranti in ogni Stato, sfatano qualche luogo comune. Un migrante su due proveniente da Ghana, Senegal e Costa d’Avorio infatti non sa che rischia di morire, di essere arrestato, torturato o rimandato indietro durante il viaggio verso l’Europa. Moltissimi non sanno nuotare e non conoscono il deserto. “Il nostro è un progetto consapevolezza – spiega il presidente del Vis Nico Lotta – per provare a cambiare punto di vista e approccio culturale sul fenomeno migratorio”. Il rapporto, presentato ieri a Roma, rientra difatti nell’ambito della campagna Stop-tratta – Qui si tratta di essere/i umani indirizzata a 5 Paesi africani (Ghana, Senegal, Nigeria, Costa d’Avorio, Etiopia) per sensibilizzare anche attraverso i social sui rischi dei viaggi organizzati dai trafficanti di esseri umani e costruire alternative concrete di lavoro per i giovani, perché la migrazione non sia un obbligo ma una scelta. Per questo “il nostro impegno è sia mirato all’accoglienza in Italia – aggiunge il presidente Missioni Don Bosco Giampietro Pettenon – sia orientato ad offrire alternative alla partenza dei giovani, radicandoli nel loro territorio”. Dall’indagine, inoltre, risulta che i potenziali migranti economici sono il 60% nei tre Paesi, ma solo il 20% dei giovani ghanesi ritiene la morte un rischio implicito nel viaggio, contro il 63% degli ivoriani e il 50% dei senegalesi. “Dobbiamo imparare dalla storia”, aggiunge l’economo dei Salesiani Jaen Paul Muller, non è più sufficiente mandare soldi in Africa, “dobbiamo lavorare sul luogo” e in Europa scambiarci modelli d’integrazione. Una parola usata anche dal presidente emerito della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick, che va unita al “dovere di salvare vite e accogliere”. (Alessia Guerrieri)