Milano – Non c’è più spazio nemmeno per i morti. Non c’è, quando un padre ha già visto morire uno dopo l’altro i sue due bambini, ma non ha tempo per piangere, deve portare in salvo quel che resta della famiglia. Nella fredda notte greca tra l’altro ieri e ieri un canotto, partito dalla costa turca con un carico di disperati, è naufragato quasi subito, a nord dell’isoladi Kos. Tra i quattordici sopravvissuti quel padre, e il suo racconto straziante alla Guardia costiera giunta in soccorso: “Ho dovuto io stesso gettare in mare il corpo di mio figlio quando ho visto che era morto, dovevo pensare agli altri”. Sei anni appena e un nome che si aggiunge a una lunga lista: disperso. Non così la sorellina, affogata tra le stesse onde ma più “fortunata”, lei avrà sepoltura. “Sono tragedie che succedono tutti i giorni”, ha commentato a Romail ministro dell’immigrazione greco, Yannis Mouzalas, incontrando il ministro dell’Interno Alfano. “In Europa dicono che noi greci siamo le porte per migranti e profughi, ci vogliono far sentire in colpa, ma non è vero, le porte sono Turchia e Libia…”. Ma c’è una porta quando a muoversi sono interi popoli? Ogni approdo è insieme un traguardo e una linea di partenza, in questo grande esodo senza soluzione di continuità. E proprio al largo della Libia ieri con un’operazione coordinata dalla nostra Guardia Costiera sono stati salvati 949 migranti a bordo di 7 gommoni e un barcone. A nord di Kos, nell’isola di Lesbo, i manifestanti attendevano intanto la visita del premier greco Alexis Tsipras e del presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, indossando per protesta i giubbotti arancioni di salvataggio e issando una bandiera: “L’Egeo è pieno di cadaveri – c’era scritto – Europei assassini di popoli”. L’accusa è di non aver aperto un varco sicuro nella barriera eretta nel 2012 al confine turco-greco, costringendo le famiglie di migranti a prendere il mare (500 i morti quest’anno nello specchio di Egeo tra i due Paesi, 90 solo la scorsa settimana). È l’Alto commissariato Onu a riferire l’entità di questa ulteriore tragedia nella tragedia, con 3.440 cadaveri inghiottiti quest’anno dal Mediterraneo e mai più recuperati. Ora arriverà anche l’inverno a infierire su persone e intere famiglie già sfinite, stremate, senza forza. “Tra novembre 2015 e febbraio 2016 – avverte l’Acnur, agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati – circa 600mila migranti, 5.000 al giorno, viaggeranno dalla Turchia alla Grecia e poi su, attraverso i Balcani” (dov’è dunque la porta?), “e le condizioni atmosferiche avverse rischiano di aggravare le loro sofferenze, con ulteriori perdite”: per questo l’agenzia Onu ha chiesto ai donatori internazionali 96 milioni di dollari supplementari per garantire rifugi a prova di gelo, abbigliamento caldo, cibo e trasporti di soccorso. Il nuovo piano invernale dell’Acnur mette in campo misure a favore dei Paesi interessati, dalla Grecia alla Macedonia e via via ai Paesi della ex Jugoslavia, Serbia, Croazia, Slovenia… In termini concreti si impegna a creare o migliorare centri di accoglienza, tende riscaldate, abitazioni d’emergenza. Mentre laddove i viaggi diventano lunghi percorsi a piedi si organizzerà il trasporto verso le strutture di soccorso, così da poter accelerare i tempi e ridurre l’esposizione alla morte per freddo. Il tutto grazie anche a Croce Rossa, ong e alla grande rete di volontari locali. A Lesbo, un tempo terra di poesia, il cimitero è saturo, solo nell’ultimo mese vi sono state seppellite ottanta vittime restituite dall’Egeo, molti bambini, e la autorità avvertono, “da oggi potremo solo custodire decine di corpi in un refrigeratore”. Non c’è più spazio nemmeno per i morti. (Lucia Bellaspiga)



