Firenze – “Il luogo che vi accoglie, questa cattedrale, casa delle fede e della cittadinanza del popolo fiorentino, è il frutto della cultura di un popolo consapevole di quale fosse la radice che la faceva germinare e che alimentava l’umanesimo che andava costruendo per offrirlo come un dono all’intero mondo”. A dirlo è stato il Cardinale Giuseppe Betori, Arcivescovo di Firenze, oggi pomeriggio salutando i delegati al quinto convegno nazionale della Chiesa Italiana che si apre oggi nel capoluogo toscano. “Tale radice – ha spiegato il porporato accogliendo i partecipanti che in processione hanno raggiunto la Cattedrale di Firenze – era così chiara alla coscienza di questo popolo che la fece incidere sul cielo a cui rivolgeva lo sguardo in questo luogo sacro, nel miracolo ardito e perfetto della cupola di Filippo Brunelleschi, dove volle fosse l’immagine della meta verso cui siamo in cammino, che ha al suo centro Gesù, in cui riconosceva la pienezza dell’umano”. “Ecce Homo”, proclama l’angelo che scorgete sopra il capo del Cristo glorioso, volto compiuto del disegno d’amore del Padre sull’umanità. In questa indicazione il Convegno ha già il cammino tracciato”. L’Arcivescovo di Firenze ha fatto ha ricordato la visita di Papa Giovanni Paolo II a Firenze, ventinove anni fa. Un discorso che “ci richiamò a promuovere la verità sull’uomo, proponendolo come ‘un dovere improrogabile’”. La verità è un “valore incommensurabile. Lo è nei contesti storici proclivi alla menzogna, facili alla falsificazione, disinvolti nel culto delle mezze-verità”. “Non ci abbandona certamente – ha detto il card. Betori – la consapevolezza che nell’affermare se stesso l’uomo può anche decadere in forme orrende di disumanizzazione: Siamo eredi di una storia che, specialmente nei secoli a noi più vicini, ha mostrato quanto feroce e brutale possa essere l’umanità. Solo se l’umanesimo riveste i caratteri della carità può sfuggire a questo destino. Ed è quanto mostra la storia di questa città, in cui l’affermazione dell’umano, nelle sue espressioni migliori, ha saputo legare insieme il senso alto della cultura e dell’arte con la cura del debole e l’esercizio della misericordia”. (Raffaele Iaria)



