Firenze – La vita di ognuno “si decide sulla capacità di donarsi”; è in questo “trascendere se stessa” che la vita “arriva a essere feconda”. Non solo: proprio nel dedicarsi al servizio dei fratelli – a partire da una convinta opzione per i poveri – il Signore indica la via per quella beatitudine che il Santo Padre ci ha proposto come uno dei tratti distintivi del credente”. A dirlo è stato questa mattina il card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei, concludendo i lavori del Convegno Ecclesiale della Chiesa Italiana a Firenze. Per il porporato la “ricostruzione dell’umano, che la Chiesa avverte come suo compito primario e inscindibile dall’annuncio del Vangelo, passa da un’attenta conoscenza delle dinamiche e dei bisogni del nostro mondo, quindi dall’impegno a un’inclusione sociale che ha a cuore innanzitutto i poveri. Tale impegno operoso – ha spiegato – muove da un costante riferimento alla persona di Gesù Cristo, modello e maestro di umanità, che dell’uomo è il prototipo e il compimento”.
Ma non basta essere accoglienti per uscire ma “dobbiamo per primi muoverci verso l’altro, perché il prossimo da amare non è colui che ci chiede aiuto, ma colui del quale ci siamo fatti prossimi”. “Dobbiamo – è l’invito – uscire e creare condivisione e fraternità: le nostre comunità e associazioni, i gruppi e i singoli cristiani, vivano sempre con questo spirito missionario, e su di esso si verifichino periodicamente, poiché da ciò dipende l’autenticità della proposta. Ben venga, quindi, l’impegno – appena risuonato – a formare all’audacia della testimonianza, come quello di promuovere il coraggio della sperimentazione, secondo quanto richiesto soprattutto dai giovani”.
Tutto ciò va anche annunciato perché, senza l’annuncio “esplicito”, l’incontro e la testimonianza rimangono “sterili o quantomeno incompleti”.
Ricordando le altre “vie”, oltre all’uscire, indicate nel percorso di preparazione al convegno e approfonditi in questi giorni il card. Bagnasco, parlando dell’ “abitare” che significa essere presenti nel territorio e nella società, secondo “un impegno concreto di cittadinanza, in base alle possibilità di ognuno: nell’impegno amministrativo e politico in senso stretto, ma anche attraverso un attivo interessamento per le varie problematiche sociali e la partecipazione a diverse iniziative”. Quindi un essere “radicati nel territorio, conoscendone le esigenze, aderendo a iniziative a favore del bene comune, mettendo in pratica la carità, che completa l’annuncio e senza la quale esso può rimanere parola vuota”.
Il presidente della Cei, facendo riferimento a recenti fatti di cronaca senza citarli, ha ribadito che l’impegno del cattolico nella sfera pubblica deve “testimoniare coerenza e trasparenza. Sono rimasto colpito soprattutto dalle attese emerse dai giovani, dalla loro richiesta di riconoscimento, di spazi e di valorizzazione: sono condizioni perché la fiducia che diciamo di avere in loro non rimanga a livello di parole, troppe volte contraddette dalla nostra povera testimonianza”. E poi “educare” per “rendere gli atti buoni non un elemento sporadico, ma virtù, abitudini della persona, modi di agire e di pensare stabili, patrimonio in cui la persona si riconosce”.
Facendo “ritorno” nelle proprie diocesi non bisogna avere paura di “guardare in faccia la realtà – anche le ombre -, ma con la lieta certezza di chi riconosce, anche nella complessità del nostro tempo, la presenza operosa dello Spirito Santo, la fedeltà di Dio al mondo”.
Nel concludere il suo intervento il presidente della Cei evidenzia come la Chiesa italiana “vuole riaffermare affettuosa vicinanza e operosa dedizione” a Papa Francesco, “rispondendo alla particolare attenzione, alla visibile stima, al paterno affetto con cui guida il nostro cammino”: “sì, che l’eco dei nostri cuori giunga fino al suo cuore di universale Pastore, e confermi – a Lui che conferma noi con il carisma di Pietro – ciò che i figli, con linguaggio semplice e diretto, dicono ai loro più cari: “Le vogliamo bene!”. (R.I.)
Ma non basta essere accoglienti per uscire ma “dobbiamo per primi muoverci verso l’altro, perché il prossimo da amare non è colui che ci chiede aiuto, ma colui del quale ci siamo fatti prossimi”. “Dobbiamo – è l’invito – uscire e creare condivisione e fraternità: le nostre comunità e associazioni, i gruppi e i singoli cristiani, vivano sempre con questo spirito missionario, e su di esso si verifichino periodicamente, poiché da ciò dipende l’autenticità della proposta. Ben venga, quindi, l’impegno – appena risuonato – a formare all’audacia della testimonianza, come quello di promuovere il coraggio della sperimentazione, secondo quanto richiesto soprattutto dai giovani”.
Tutto ciò va anche annunciato perché, senza l’annuncio “esplicito”, l’incontro e la testimonianza rimangono “sterili o quantomeno incompleti”.
Ricordando le altre “vie”, oltre all’uscire, indicate nel percorso di preparazione al convegno e approfonditi in questi giorni il card. Bagnasco, parlando dell’ “abitare” che significa essere presenti nel territorio e nella società, secondo “un impegno concreto di cittadinanza, in base alle possibilità di ognuno: nell’impegno amministrativo e politico in senso stretto, ma anche attraverso un attivo interessamento per le varie problematiche sociali e la partecipazione a diverse iniziative”. Quindi un essere “radicati nel territorio, conoscendone le esigenze, aderendo a iniziative a favore del bene comune, mettendo in pratica la carità, che completa l’annuncio e senza la quale esso può rimanere parola vuota”.
Il presidente della Cei, facendo riferimento a recenti fatti di cronaca senza citarli, ha ribadito che l’impegno del cattolico nella sfera pubblica deve “testimoniare coerenza e trasparenza. Sono rimasto colpito soprattutto dalle attese emerse dai giovani, dalla loro richiesta di riconoscimento, di spazi e di valorizzazione: sono condizioni perché la fiducia che diciamo di avere in loro non rimanga a livello di parole, troppe volte contraddette dalla nostra povera testimonianza”. E poi “educare” per “rendere gli atti buoni non un elemento sporadico, ma virtù, abitudini della persona, modi di agire e di pensare stabili, patrimonio in cui la persona si riconosce”.
Facendo “ritorno” nelle proprie diocesi non bisogna avere paura di “guardare in faccia la realtà – anche le ombre -, ma con la lieta certezza di chi riconosce, anche nella complessità del nostro tempo, la presenza operosa dello Spirito Santo, la fedeltà di Dio al mondo”.
Nel concludere il suo intervento il presidente della Cei evidenzia come la Chiesa italiana “vuole riaffermare affettuosa vicinanza e operosa dedizione” a Papa Francesco, “rispondendo alla particolare attenzione, alla visibile stima, al paterno affetto con cui guida il nostro cammino”: “sì, che l’eco dei nostri cuori giunga fino al suo cuore di universale Pastore, e confermi – a Lui che conferma noi con il carisma di Pietro – ciò che i figli, con linguaggio semplice e diretto, dicono ai loro più cari: “Le vogliamo bene!”. (R.I.)



