Roma – Gli occhi che brillano di più sono naturalmente quelli dei bambini. Piotr, biondino ucraino
di un anno, ce li ha grandi come due stelle azzurre, mentre in braccio alla mamma guarda rapito il numero dei barboncini “volanti” che, al cenno degli addestratori, salgono scale a pioli e si lanciano
nel vuoto. Sotto il rosso tendone del Rony Roller Circus, però, di occhi così ce ne sono tantissimi.
Perché anche i grandi non scherzano. Denise, romana di Tor Bella Monaca, applaude con entusiasmo quando la funambola Fernanda fa la spaccata sul filo, a tre metri da terra. Lei è tre metri sopra il cielo, perché, dice, io e mio marito Giovanni mai ce lo saremmo potuti permettere. Siamo entrambi disoccupati. Grazie, Papa Francesco». E gli manda un bacio volante come se il Papa ce lo avesse davanti, di persona.
Già, il Papa. Anche se non c’è, è sua la grande, affettuosa, quasi tangibile presenza che si avverte tra i duemila poveri e senza tetto riuniti intorno alla pista. Sua l’idea di questo pomeriggio a ingresso gratuito, dopo che in una recente udienza generale si era rivolto alla gente del circo presente, facendo scattare la decisione di offrire lo spettacolo ai meno abbienti. Sua, in un certo senso, anche l’organizzazione, affidata all’Elemosineria Pontificia, che ha provveduto al trasporto in pullman e con diverse macchine dell’autoparco vaticano. C’è anche un’autoambulanza attrezzata per chi ha bisogno di un rapido check up. Così non sorprende che davanti all’ingresso del tendone, ci sia monsignor Konrad Krajewski, l’elemosiniere, a salutare gli ospiti, riservando a ognuno un sorriso e una stretta di mano. Sembra li conosca tutti. E del resto, questa è solo l’ultima di una serie
di iniziative dirette ai clochard: la visita ai Musei Vaticani, le docce in piazza San Pietro, il barbiere di lunedì, il dormitorio a due passi dal Vaticano. Non di solo pane vive l’uomo. È proprio il caso di dirlo. Arrivano Rosa, Antonia, Maria e Natalina, quattro anziane che vivono in una casa famiglia non distante dal luogo dove è accampato il circo. Ognuna ha una storia di solitudine alle spalle. Problemi cardiologici, disturbi mentali o semplicemente la sopravvenuta incapacità di badare a se stessi con l’età che avanza. «Il circo per noi? Un miraggio – dice Antonia –. Solo Papa Francesco poteva avere un’idea così».
Ecco Enrico e i suoi tre figli. «Vengo dalle Filippine, posso considerarmi fortunato. Ho un lavoro e una casa. Ma lo stipendio non basta. Non ero mai stato al circo prima d’ora». Marian, invece, romeno di 35 anni, è un uomo solo. Vive in tenda, si arrabatta con piccoli lavoretti. Le suore di Madre Teresa lo hanno portato qui con altri ospiti dalla storia simile. «Meno male che ci sono loro e c’è il Papa. Altrimenti non saprei come fare». La platea si riempie sempre più. Le luci si spengono, inizia lo spettacolo. Ma non alla maniera degli altri giorni. Il primo numero è “firmato” da uno dei senza tetto, Roberto Carlos Leyva, cantautore spagnolo che per l’occasione ha composto una canzone dedicata al Pontefice. Sound rock melodico, voce intonata e parole ispirate: «Papa Francesco è universale. Un uomo umile che Dio creò. Il suo profumo è di santità, la sua vocazione è la misericordia». «È la nostra preghiera di inizio – dice l’arcivescovo Krajevski –. Benvenuti e grazie per aver accettato l’invito del Papa. Gli artisti del circo sono creatori di bellezza. E noi vogliamo prendere esempio da loro. Essi ci insegnano che con l’esercizio e la costanza si possono superare i nostri limiti». Quindi tocca ai circensi. Grandi applausi per cinque cavalli bianchi che danzano al ritmo dei Gipsy Kings, accompagnati da splendide ragazze gitane, fiato sospeso per il numero del lanciatore dei coltelli, testa all’in su per l’uomo ragno che si arrampica sui fili che sorreggono il tendone. E grandi risate con gli immancabili clown. Poi alla fine tramezzini e bevande per tutti. Panem et circenses? Sì, ma per una volta, grazie al Papa, persino questa frase ha perso il suo valore negativo. E gli occhi che continuano a brillare anche dopo lo spettacolo lo confermano. (M. Muolo – Avvenire)



