Città del Vaticano – “Purtroppo incomincia di nuovo il martirio nel Mediterraneo. Una volta sbarrata la via dei Balcani, i flussi ritornano sul Mediterraneo. E in questo mare, purtroppo, siamo abituati a questa tragica realtà: che molti partano e non tutti arrivino. Quest’ultima notizia lo sta proprio a dimostrare. Di fronte a quello che avviene, che cosa si può fare? E’ una grande tristezza. Pregare, sperando che l’Europa li riceva con più generosità. Questi, però, già nel venire muoiono nel Mediterraneo. Poveretti! Succubi e soprattutto vittime di criminali in questi barconi indecenti, che non dovrebbero nemmeno navigare da soli e che vengono invece caricati di povere persone”. Con queste parole il card. Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti, commenta la nuova tragedia del Mar Mediterraneo, a pochi giorni dalla visita di Papa Francesco al campo profughi di Lesbo.
Il porporato, parlando alla radio Vaticana, del recente viaggio di Papa Francesco a Lesbo, ha detto che quando il Papa si muove, è “un segno concreto che lui vuole dare a chi è al mondo. Cosa vuol dire questo viaggio a Lesbo? Cosa voleva dire il viaggio a Lampedusa? Vuole dire che la Chiesa è vicina ai migranti, ai rifugiati, che non li lascia mai soli. Questi gesti, queste azioni impressionano, perché è l’unico leader al mondo – posso dire – che può fare queste cose. Non solo che può fare, ma che fa! Poi ci riporta in primo piano il fenomeno migratorio. Come lo risolviamo? Un altro aspetto che il Papa ha sottolineato, non trattandosi di cose, di pacchi postali, di numeri, ma di persone, è che queste soluzioni devono garantire sempre il rispetto, la tutela e la dignità di quelli che, poveretti, sono costretti a immigrare”. Il card. Vegliò parla di viaggio umanitario: “Quando il Papa fa questi appelli, fa questi gesti, li fa soprattutto a favore di quelli che soffrono, dell’umanità sofferente. Che poi questo suo viaggio, queste sue parole, acquistino anche un significato politico, mi sembra così normale e anche così giusto. Certo, in questo momento è un segno, credo, preciso, non solo per il mondo intero, che sia più sensibile al mondo delle migrazioni, ma proprio diretto all’Europa: è come una scossa all’Europa. Nel campo profughi di Lesbo – ha spiegato il card. Vegliò – il Papa ha detto che c’è da piangere, perché ci sono troppi ghetti, e ha detto di gestire questa catastrofe, che è la più grande e la più grave dalla Seconda Guerra Mondiale”. E parlando dell’iniziativa di portare in Italia tre famiglie di profughi il pontefice – ha spiegato il presidente del dicastero vaticano – ha voluto “dimostrare che i problemi non si risolvono con le chiacchiere, non si risolvono con le parole, che servono e sono necessarie, ma è anche bello quando uno dalla teoria passa all’azione”.



