Torino – “Uno dei luoghi che più di tutti mi faceva sentire a casa, nella mia infanzia, è stato l’oratorio, punto di riferimento di accoglienza, spazio per il dialogo, il confronto, dove al centro si poneva proprio la valorizzazione delle diversità”. Ad affermarlo è Fatima, giovane musulmana cresciuta all’oratorio della parrocchia San Gioacchino a Porta Palazzo. È una delle testimonianze al centro della tavola rotonda che è si è tenuta al Salone del Libro in occasione della conferenza “Sogni dei giovani, perché non partire dall’oratorio?” organizzata dalla Pastorale giovanile diocesana e dall’associazione oratori “Noi Torino”. L’incontro, moderato da don Stefano Votta, presidente Noi Torino, e da don Luca Ramello, direttore dell’Ufficio giovani della diocesi di Torino, a cui sono intervenuti don Ermis Segatti, docente presso la Facoltà Teologica di Torino, e don Danilo Magni, dei Giuseppini del Murialdo, presidente di “Social Fare”, si è conclusa proprio con lo specchio della realtà cittadina giovanile, ragazzi italiani e stranieri con storie diverse alle spalle accomunati dalla passione di costruire il proprio futuro e quello della società in cui si trovano a vivere. Ed ecco al centro del dibattito i progetti, le idee, i sogni e “le visioni” che i giovani hanno nel cuore e che quotidianamente portano avanti nel servizio come risorsa preziosa per la città. Sei giovani su quel palco che rappresenta la città, un ragazzo cinese, uno del Camerun, due ragazze musulmane e una giovane italiana che presta servizio presso l’oratorio salesiano San Luigi a San Salvario ed infine Marta, volontaria della Gioc.
In sala numerosi sacerdoti, educatori, responsabili di oratori, società sportive parrocchiali, associazioni e cooperative sociali che in diocesi si occupano di oratori e pastorale giovanile. Presente l’Imam della comunità Coreis del Piemonte Abd ar-Razaqq Bergia.
Al centro del confronto la funzione sociale e di integrazione degli oratori, 250 in diocesi, circa un centinaio a Torino che accolgono diecimila giovani di qualsiasi condizione e provenienza, senza contare i bambini, le famiglie, i volontari coinvolti nelle diverse attività. “Oratorio come luogo di comunicazione della fede”. È la visione che ha proposto don Ermis Segatti che ha sottolineato come “proprio negli oratori sia necessario trasmettere che la fede è prima di tutto un linguaggio comunicativo”.
“Uno dei più grossi rischi che si possono correre negli oratori – ha evidenziato – e negli ambienti educativi multietnici è quello di cadere vittime dell’‘afasia spirituale’, dell’incapacità di comunicare in virtù dei principi di tolleranza, pluralismo. La maggior parte delle culture che si affacciano sull’oratorio utilizzano la propria tradizione spirituale e religiosa come via di comunicazione ed è proprio da lì che è necessario partire”.
Don Danilo Magni ha posto al centro il tema della prospettiva del lavoro negli oratori. “L’oratorio – ha sottolineato don Magni – ha il compito di accompagnare i giovani verso la vita adulta per essere buoni cristiani, onesti cittadini, ma anche validi lavoratori». «Non basta dunque l’accoglienza – ha evidenziato – l’obiettivo dell’oratorio deve essere anche quello di accompagnare un giovane all’autonomia, per non illuderlo”.
I relatori hanno sottolineato come debba essere centrale per gli educatori la preoccupazione per il futuro concreto dei giovani esattamente come lo fu per i fondatori dell’oratorio a Torino don Giovanni Cocchi e don Bosco.
“Il loro sogno e la loro visione – hanno osservato – partì proprio da lì dall’accogliere bande di ragazzi poveri, ignoranti e violenti dei sobborghi torinesi che erano già falliti e senza prospettive a 15 anni”. Don Magni, nel proporre i dati sulla disoccupazione giovanile in Piemonte, che si attesta attorno al 43%, con zone della diocesi e della città con oltre il 50% di giovani senza lavoro, ha citato il fenomeno dei “neet”, giovani che né studiano e né lavorano, problematica che la diocesi sta affrontando con il lavoro dell’Agorà del sociale lanciato dall’Arcivescovo di Torino mons. Cesare Nosiglia e portato avanti in dialogo tra parrocchie e territorio.
Oratori, dunque, come luoghi di frontiera, accoglienza e integrazione che continuano la loro opera nella città.
Fa discutere dunque l’azzeramento dei fondi della legge regionale 26/2002 sugli oratori da parte della Regione Piemonte per l’anno pastorale 2015-2016, annunciati tramite comunicazione ufficiale alla Noi Torino lo scorso gennaio. La lettera di don Filippo Raimondi, parroco a Collegno, pubblicata su La Voce del Popolo del 31 gennaio scorso, con cui il sacerdote si interrogava sulla fragilità del sistema di sostegno al welfare in relazione alle incertezze sui sussidi, non ha ad oggi ancora trovato eco concreta nelle istituzioni. (Stefano Di Lullo – La Voce del popolo – Torino)



