Mons. Moraglia: non chiudere gli occhi davanti ai “nostri fratelli” immigrati

Venezia – “Il dramma di un numero sempre crescente di uomini, donne e bambini costretti a migrare per non morire richiedono, a noi e alle nostre comunità, un amore nuovo, un’intelligenza creativa, un coraggio indomito”, mentre “il terrorismo – piaga del nostro tempo – si macchia sempre più di sangue innocente, anche quello dei bambini”. A dirlo è stato ieri pomeriggio il patriarca di Venezia, Mons. Francesco Moraglia, in  occasione della messa per la festa del Redentore, con la quale Venezia ricorda ogni anno la fine della terribile peste del 1577. Cosa vuol dir “incarnare il Vangelo dinanzi alle urgenze di oggi, al fenomeno dei migranti e dei rifugiati con le loro storie di dolore e morte?”, si è chiesto il presule sottolineando che il flusso imponente di migranti ha trovato ieri e oggi una politica “impreparata che deve essere messa dinanzi alle proprie responsabilità. Dall’Onu all’Europa e ai governi nazionali, le responsabilità politiche sono diffuse”. Siamo chiamati in causa in quanto cittadini e credenti. Tutto ciò domanda – ha detto – una “visione umana e cristiana delle cose che non si lasci rinchiudere in una polemica fine a se stessa o in un generico buonismo; l’Onu e gli Stati europei tutti (e non solo alcuni) devono farsi carico di tale situazione”. Per Mons. Moraglia “una politica che non è in grado di prevedere e governare, almeno in parte, l’esodo di milioni di uomini in fuga da condizioni di ‘non-vita’ lascia perplessi; in ogni modo, nessuno può far finta di non vedere quanto sta accadendo. Allora dobbiamo far nostro il motto di don Lorenzo Milani: ‘I care’, ossia mi interessa, mi sta a cuore. Nella scuola di Barbiana ‘I care’ era il comune riferimento; in esso si ha apertura, accoglienza, coinvolgimento e responsabilizzazione. ‘I care’ non è solo provocazione verbale; è appello alla coscienza, perché non sia testimone muta di una tragedia . I primi decenni del ventunesimo secolo saranno ricordati come gli anni della migrazione di intere popolazioni da condizioni di vita impossibili”. Ogni giorno – ha proseguito il Patriarca di Venezia –  vediamo immagini di salvataggi e annegamenti. I viaggi che noi diciamo “della speranza” – ma per chi li compie sono i viaggi “della disperazione” – sono “l’ultima carta nel tragico poker della vita di uomini, donne e bambini di serie B. Un’ultima carta che si gioca tra ostilità, cinismo, indifferenza, talvolta razzismo, nella speranza d’incontrare – come dice Papa Francesco – costruttori di ponti e non di muri.  Questa seconda tragedia, ossia che venga meno in noi il senso dell’umanità e della pietà cristiana, non è da sottovalutare perché riguarda la coscienza e, quando si parla di coscienza, la posta in gioco è sempre alta perché ne va dell’uomo. Il rischio è far diventare abitudine il fatto che migliaia di persone muoiano; alla fine ciò diventerà ‘normale’ e così si sarà spento l’umano e il cristiano che è in noi. E l’Europa sarà ancora meno a misura d’uomo”. (R. Iaria)