Roma – Da più di un mese, a Como è scoppiata un’emergenza umanitaria causata dalla decisione della Svizzera di chiudere i confini. Circa 500 migranti vivono accampati nei pressi della stazione ferroviaria. Grazie all’impegno di cittadini, gruppi e associazioni, la città ha reagito all’insegna della solidarietà. Ma il problema resta, e in assenza di un’iniziativa nazionale ed europea, è destinato ad aggravarsi si legge in una nota della Presidenza del Coordinamento degli Enti locali per la pace e di diritti umani che si è riunito ieri a Como per riflettere su questa ennesima crisi e “mettere fine alla logica dell’emergenza che ancora oggi impedisce una gestione seria e responsabile del problema”. Le proposte emerse verranno approfondite nelle prossime settimane e presentate il prossimo 9 ottobre nel corso della Marcia Perugi -Assisi della pace e della fraternità. Tutti gli Enti Locali sono invitati a condividere “le buone pratiche realizzate e a segnalare le criticità che devono essere affrontate”.
Per uscire dalla logica dell’emergenza bisogna “andare alle radici del problema: sradicare la miseria, fermare le guerre, difendere i diritti umani; definire una politica europea e mondiale, organizzare una gestione intelligente; formare la coscienza civile”, si legge in un appello. Il piano pubblico, suggeriscono, deve essere fatto di strutture “distribuite per davvero sul territorio”, con operatori “formati e formatori, insegnanti, psicologi, medici, procedure ordinarie, programmi di riconoscimento, di formazione, di accompagnamento e di ricollocamento, risorse adeguate”. L’attività di accoglienza nei territori, sottolineano, “non può essere ignorata o improvvisata” ma va “progettata e organizzata tenendo conto delle migliori esperienze”. Tutto ciò, concludono, “non deve gravare esclusivamente sulle nostre finanze ma deve essere sostenuto dall’Unione europea, che non può permettersi di rompere il vincolo di solidarietà su cui è nata”.



