Roma – C’è anche lo sport che discrimina. E non si tratta solo di cori, striscioni e insulti razzisti allo stadio. Ma c’è anche una “burocrazia” che rende difficile ai giovani migranti iscriversi alla Lega e alle federazioni giovanili per giocare a calcio.
Le associazioni Progetto Diritti e Antigone hanno lanciato un paio di anno fa la polisportiva Atletico Diritti, con una squadra composta da immigrati, detenuti o ex detenuti e studenti universitari. In base all’esperienza fatta hanno stilato il dossier “La discriminazione nel calcio. Non per tutti i calciatori vigono le stesse regole”, presentato ieri alla Camera.
Ad esempio, si legge nel dossier, per il tesseramento da dilettante di un minore italiano sopra i 16 anni non serve alcun documento. Per iscrivere un ragazzo straniero non comunitario sono richiesti sette certificati diversi: compreso quello lavorativo dei genitori e un certificato di residenza storico. Una «burocrazia inspiegabile e ridondante», fatta di documenti e permessi a volte difficili da reperire. Di fatto sono inoltre esclusi dai campionati federali quei calciatori in attesa del rilascio del permesso di soggiorno, ma anche quelli con certificato in scadenza prima della fine del campionato e coloro che hanno un permesso di soggiorno temporaneo per motivi umanitari. Inoltre, la necessità di presentare i documenti lavorativi dei genitori rischia in concreto di tenere fuori dalla possibilità di un tesseramento i figli di chi ha richiesto la protezione internazionale e che ancora non ha trovato un lavoro. Tutta questa burocrazia, nota il dossier, da un lato si spiega con la condivisibile volontà di bandire dal calcio il fenomeno della tratta di minori, ma dall’altro crea delle preclusioni più restrittive di quelle imposte dalle leggi dello Stato. Al contrario, evidenziano le associazioni, la Federcricket è uno degli esempi di come i regolamenti potrebbero essere molto più «semplici e comprensivi»: per il tesseramento di un non comunitario basta un permesso di soggiorno in corso di validità o la copia del ricorso in tribunale del diniego della protezione internazionale.



