Mons. Perego: l’Europa è chiusa, servono corridoi umanitari

Roma – “Di fronte a queste nuove morti nel Mediterraneo, che fanno salire a oltre 4 mila i morti nel 2016, un numero mai raggiunto negli ultimi anni, cresce la responsabilità dell’Europa nel non disattendere ancora l’impegno di costruire vie legali di ingresso, corridoi umanitari, tra le persone che sono in fuga. Questa indifferenza dell’Europa è ancora più grave perché in continuazione si rimanda quel piano Marshall per l’Africa che non sia semplicemente un trattenere i migranti nei Paesi di origine ma sia veramente un impegno serio nella cooperazione allo sviluppo. Quindi sono morti che richiamano non solo l’impegno per vie legali e i corridoi umanitari ma l’impegno per una cooperazione che ancora manca”. Lo afferma a Radio Vaticana il direttore generale della Fondazione Migrantes mons. Giancarlo Perego. “L’Europa è incapace di uscire dalla logica di chiusura verso la quale alcuni Stati stanno andando e non invece aprirsi a una logica di impegno per lo sviluppo nei Paesi di origine delle persone migranti – continua Perego – Quindi la mancanza del ricollocamento dei 160 mila è un segno molto chiaro di questa chiusura e i rimandi continui di un impegno per la cooperazione è una situazione che effettivamente dimostra come l’Europa è incapace di leggere anche il futuro delle migrazioni che necessariamente  interesseranno ancora una volta l’Europa”. Per Perego, “se ne può uscire se effettivamente si esce da questa logica di chiusura e si ottimizzano al meglio le risorse che l’Europa ha a disposizione nelle due direzioni. In primo luogo superando la volontarietà dell’accoglienza e quindi questo ricollocamento dei 160 mila in tutti i 28 Paesi europei. In secondo luogo facendo in modo che le risorse non siano semplicemente per l’accoglienza ma vadano per percorsi di integrazione. L’Europa ha bisogno di nuovi lavoratori, l’Europa ha bisogno anche di questa risorsa importante dei migranti. In terzo luogo, l’Europa potrebbe dare un segnale molto forte in un impegno di politica estera che vada effettivamente nella direzione della pace, soprattutto nel Medio Oriente e in alcuni Paesi africani, cosa che invece continuamente viene rimandata, e non si vorrebbe che la logica sia quella del guadagnare di più anche negli armamenti venduti a questi Paesi”.