Viminale contro Amnesty: “accuse false”

Roma – «Che le forze di polizia operino violenza sui migranti è totalmente falso. Sono rimasto sconcertato nel leggere queste cretinaggini». Lo ha detto il prefetto Mario Morcone, capo Dipartimento immigrazione del Viminale, in merito al rapporto di Amnesty International, anticipato ieri da Avvenire, che parla di casi di pestaggi, maltrattamenti ed espulsioni illegali negli hotspot.

Il dossier dell’organizzazione ha sollevato un vespaio e c’è chi, come il capo della polizia Franco Gabrielli, arriva a mettere in dubbio che si tratti di racconti raccolti dal vero, parlando di «presunte testimonianze» in forma anonima di migranti «che non risiedevano in alcun hot spot». Pertanto, «a tutela dell’onorabilità e della professionalità dei tanti operatori di polizia che con abnegazione e senso del dovere stanno affrontando da lungo tempo questa emergenza umanitaria, smentisco categoricamente che vengano utilizzati metodi violenti», ha reagito Gabrielli rincuorato anche dalla Commissione europea a cui «non risulta che negli hot spot italiani si sia verificata alcuna violazione dei diritti fondamentali».

Nel dossier si fa riferimento all’uso di un manganello elettrificato. Uno strumento che non sarebbe in dotazione alle forze dell’ordine, sebbene le testimonianze (raccolte in luoghi e momenti diversi) sembrano concordanti. I sindacati di polizia hanno seccamente respinto le accuse. Tuttavia il Silp Cgil parla di denuncia «molto grave ». «Ci auguriamo – ha detto il segretario generale Daniele Tissone –, che gli episodi segnalati, frutto di interviste ai migranti, siano circostanziate e non frutto della disperazione».

Il metodo seguito dai ricercatori è quello di sempre. «Le informazioni presentate in questo documento sono state raccolte da rappresentanti di Amnesty International durante il 2016, attraverso quattro visite a diverse città e centri di accoglienza in Italia: Roma, Palermo, Agrigento, Catania e Lampedusa (marzo), Taranto, Bari e Agrigento (maggio), Genova eVentimiglia (luglio), Roma, Como e Ventimiglia (agosto). Alcune informazioni sono basate su precedenti visite in Italia, comprese quelle ai centri di accoglienza di Lampedusa e Pozzallo a luglio 2015». Sono stati intervistati 174 rifugiati e migranti e ascoltati molti altri. Nel corso dell’investigazione gli operatori hanno beneficiato dell’aiuto di numerosi agenti di polizia, tuttavia è stato espresso il rammarico «per il fatto che il direttore centrale per l’immigrazione e la polizia delle frontiere del ministero dell’Interno, prefetto Giovanni Pinto, il cui ruolo è centrale in questo ambito, non abbia potuto rendersi disponibile per un incontro con Amnesty» e non abbia risposto alla lettera che l’organizzazione gli ha inviato «a giugno 2016, chiedendo informazioni su screening e iter al quale sono sottoposti i nuovi arrivati ». L’organizzazione ha inoltre inviato due lettere al ministro dell’Interno, Angelino Alfano, «esprimendo preoccupazione in relazione ai risultati provvisori della ricerca e chiedendo informazioni sull’uso della forza e della detenzione per il rilevamento delle impronte digitali dei nuovi arrivati e sulla riammissione di cittadini di paesi terzi, in particolare del Sudan. Il ministro Alfano non ha risposto ad alcuna delle lettere». Tutto questo lo si può leggere fin dalle prime pagine del report, come dire che se vi fosse stata una maggiore disponibilità delle autorità forse le smentite avrebbero potuto essere motivate prima della pubblicazione.

«Siamo dispiaciuti per i toni e per il contenuto di alcune reazioni alla pubblicazione del rapporto», rispondono dalla sede romana di Amnesty. Che ribadisce: «Le informazioni incluse nel rapporto sono state messe a disposizione delle nostre autorità con largo anticipo sulla data di pubblicazione affinché avessero modo di commentarle ». Ma nessuno è voluto intervenire prima di ieri. (Nello Scavo – Avvenire)