Tragedie nel Canale di Sicilia: mamme bruciate e schiacciate

Palermo – È l’alba quando tutti i volontari della Caritas e delle ong, i medici e le forze dell’ordine si trovano schierati sulla banchina del porto di Palermo per accogliere i migranti trasportati dalla nave Dattilo. Ma le procedure sono lente, si concluderanno solo a tarda sera, quando il vento di scirocco avrà lasciato il posto alle raffiche fredde e alla pioggia battente. Non c’è gioia a bordo della nave della Guardia costiera, che ha portato sulle coste siciliane 1033 migranti africani, quasi tutti della zona subsahariana, recuperati nei giorni scorsi in mare con diverse operazione di salvataggio, e 11 corpi senza vita di compagni di viaggio che non ce l’hanno fatta. Pochi sorrisi sui volti dei giovani in attesa di scendere dalla passerella, alcuni con evidenti difficoltà a camminare. Gli operatori sono pronti a rifocillarli, vestirli, curarli e avviare le procedure di riconoscimento. Ma una storia lascia tutti con un groppo alla gola. Perché in mezzo a quel migliaio di migranti ci sono tre bambini rimasti soli. Le loro mamme sono tra le 11 salme portate giù per prime subito dopo l’arrivo in città. Sembra siano morte bruciate, forse sul gommone sul quale viaggiavano, ma l’autopsia affidata all’équipe del professore Paolo Procaccianti, le testimonianze degli altri migranti e le indagini della procura, coordinate dall’aggiunto Maurizio Scalia, potrebbero dare particolari più precisi. Le attenzioni di tutti, assistenti sociali e volontari, sono rivolte ai tre bambini. Due fratellini di uno e quattro anni e un altro di cinque mesi, tutti del Camerun, tra i più piccoli giunti dal mare in questi mesi. Il più grande è riuscito a dire qualcosa in francese, ha riferito il suo nome e ha detto alle assistenti sociali e agli psicologi dell’Asp 6 che la mamma «si è bruciata».

«Sono stati accompagnati in due comunità protette per minori – dice Giovanna Di Benedetto di Save The Children – adesso si seguirà l’iter per capire se hanno parenti ancora vivi». È sera quando l’assessore comunale alle Attività sociali, Agnese Ciulla, continua a seguire le procedure di sbarco e a contare i minori stranieri non accompagnati. «Ci sono molte donne, anche in gravidanza, e una settantina di minori soli – spiega l’assessore –. I bambini piccoli sono inseriti in comunità. Se il Tribunale deciderà di procedere con la tutela per l’adottabilità, non saremo noi ad occuparcene direttamente». Come è successo per la piccola Favour, arrivata da Lampedusa a Palermo ad appena 9 mesi all’inizio della scorsa estate, ormai con un lieto fine. Dall’altra parte dell’isola, ieri mattina un altro momento straziante. A Pozzallo sono arrivati altri 300 migranti, tra cui il cadavere di una giovane donna, probabilmente del Mali, trovato a bordo di un gommone e vegliato dai suoi due bambini. Una bambina di 9 anni e un maschietto di 6 sono stati affidati all’Istituto delle suore del Sacro cuore di Ragusa. La donna è morta schiacciata mentre faceva scudo col suo corpo ai due figli, per evitare che fossero travolti dagli altri migranti bloccati nella prua del gommone spezzato. Alcuni migranti hanno raccontato che lo scafista avrebbe voluto gettare il corpo in mare, ma sarebbe stato impedito dagli altri naufraghi. Ora la questura di Ragusa ha attivato le ricerche di familiari della vittima, uno dei quali sarebbe in Italia. Lo scafista, un tunisino di 39 anni, è stato individuato grazie a un selfie sul suo telefonino. (Alessandra Turrisi – Avvenire)