Roma – Detenzioni arbitrarie, torture, violenze, stupri: per i migranti, la Libia è un vero e proprio inferno. Il report “Detained ad dehumanised” pubblicato nei giorni scorsi dalla Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) denuncia le gravi violazioni dei diritti umani che subiscono i migranti in Libia. Un Paese dove il livello di brutalità e abusi subiti è talmente grave che molti migranti intervistati in Italia rifiutano persino di ricordare quello che è successo.
«Noi dalla pelle nera, ci chiamano animali. E ci trattano da animali», racconta un ragazzo eritreo di 16 anni che ha trascorso quasi un mese e mezzo in un centro di detenzione. Chiunque in Libia abbia un minimo di potere lo usa a proprio vantaggio per sfruttare i migranti: trafficanti, miliziani e persino agenti di polizia o della guardia costiera, uomini del Dcim (il Dipartimento per il contrasto all’immigrazione illegale). Rapire i migranti e costringerli a pagare un riscatto è la formula più comune di estorsione. Cinquemila dinari libici – dopo 12 giorni di detenzione in un magazzino e botte – è il riscatto pagato da un uomo di origine bengalese per tornare in libertà dopo essere stato rapito all’aeroporto di Tripoli.
Il report delle Nazioni Unite punta il dito contro le condizioni di sovraffollamento dei centri di detenzione del Dcim, le scarse condizioni igieniche e le violenze quotidiane. Nemmeno la guardia costiera libica – con cui l’Europa ha avviato protocolli di addestramento – è esente da colpe. «Quando le imbarcazioni vengono intercettate – si legge nel report – i migranti vengono trasferiti nei centri di detenzione o in fattorie o in strutture private. Gli uomini sono costretti ai lavori forzati e, nel caso delle donne, subiscono abusi e violenze sessuali». Inoltre gli uomini della guardia costiera libica rivenderebbero ai trafficanti gli stessi gommini appena sequestrati.
Ma le forme di sfruttamento dei migranti non si limitano alle estorsioni. Molti hanno raccontato di essere stati costretti a lavori forzati nei campi, nell’edilizia o nella raccolta dei rifiuti, spesso sotto il controllo di guardie armate. Per le donne, la situazione è ancora più drammatica: sfuggire alle violenze sessuali è praticamente impossibile. Quanti sono passati dai centri di detenzione o dalle connection house raccontano una prassi comune: uomini armati o guardie che regolarmente prelevano le donne per alcune ore o per alcuni giorni per costringerle a vendersi.
Di fronte a questo quadro drammatico e alle oltre quattromila morti registrate nel Mediterraneo nel 2016, l’Unione europea ha stanziato 100 milioni di euro che verranno erogati a 14 Paesi tra quelli dove si registrano le maggiori partenze di migranti (nell’area del Sahel e del lago Chad) oltre che la Libia. Il progetto è stato presentato ieri e verrà attuato in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni (OIM) e ha come obiettivo quello di ridurre il numero di vittime lungo la rotta del Mediterraneo centrale e «rafforzare la governance sulle politiche migratorie». Anche Germania e Italia contribuiranno a questa iniziativa, rispettivamente con 48 milioni e 22 milioni di euro. (Ilaria Sesana – Avvenire)



