Palermo – «Molte persone pensano che il mare sia la cosa più difficile da attraversare, in realtà non è così: attraversando il deserto ho visto un sacco di corpi di persone morte, il deserto sembrava un cimitero a cielo aperto per gente che era stata meno fortunata di me».
Omar pronuncia queste parole, con qualche tentennamento linguistico, sotto i tetti affrescati della residenza prefettizia di Villa Pajno a Palermo, e tutti trattengono il fiato. L’orrore a cui hanno assistito i suoi occhi di adolescente in fuga dall’Africa è ancora ben presente.
Ma i ragazzi, arrivati a Palermo come minori stranieri non accompagnati, hanno coraggio da vendere e superano l’emozione iniziale per raccontarsi. L’occasione è data da un’iniziativa voluta dal prefetto Antonella De Miro, in prima linea nel coordinamento degli sbarchi di migranti e dell’accoglienza. «A Palermo tra il 2015 e il 2016 sono sbarcati oltre 26 mila migranti, di questi 2.066 sono minori stranieri non accompagnati» afferma il prefetto. In questo momento i minori non accompagnati in provincia sono 1.700, di cui 700 a Palermo.
Nel 2016, in Italia, secondo i dati diffusi ieri dalla Guardia costiera sono sbarcati 179.624 migranti, 127.574 dei quali uomini, 23.932 donne e 28.019 bambini. L’anno in corso, oltre ad aver segnato il record dei morti in mare (oltre 4.900 da gennaio, ndr) segna anche il triste primato degli arrivi di minori soli. La Guardia costiera, che coordina le operazioni di soccorso nel Mediterraneo, ha rilevato infatti un notevole incremento della presenza di minori non accompagnati (24.929) a bordo dei natanti soccorsi. Ma dopo ogni sbarco comincia l’attività di inclusione. A partire dai più giovani, a cui vanno garantiti l’istruzione e un futuro sereno. Come i ragazzi migranti iscritti al liceo Benedetto Croce, coinvolti nel progetto di alfabetizzazione ‘A scuola insieme’. I problemi sono tanti, come spiega Omar, senegalese, diventato maggiorenne lo scorso 8 dicembre, terrorizzato all’idea di essere strappato al suo piccolo mondo di affetti e amicizie che pian piano si sta costruendo. «Il mio amico Amin veniva con me a scuola, dormiva nella mia comunità – racconta – Ora è stato trasferito in un posto per maggiorenni, lontano, non può venire più a scuola. Ora sarà la stessa cosa per me?». Un appello a cui le istituzioni stanno cercando di dare immediata risposta. Amin, del Bangladesh, giunto un anno fa, sarà trasferito a Piana degli Albanesi, da cui potrà raggiungere il liceo Croce. Il prefetto assume un impegno: «A gennaio ho già convocato un tavolo tecnico per cercare di trovare un modo per dare coerenza all’accoglienza e all’inclusione ».
E poi c’è Amarà, appena 14 anni, originario del Mali. La sua avventura è straordinaria, perché incrocia il cuore enorme di una coppia palermitana, capace di aprire le porte di casa all’accoglienza.
Lo racconta Sonia Lo Cascio, assistente sociale, che col compagno Giorgio Barone e i figli ha deciso di prendere in affido quel ragazzino indifeso, arrivato a Palermo ad appena 12 anni. «Perché ho scelto lui? Non lo so. Ho pensato che non avrei più potuto vivere senza vederlo – confida la signora Lo Cascio – Quando l’ho conosciuto nella comunità di accoglienza, ho capito che aveva bisogno di un’attenzione particolare». Di quel viaggio durato due mesi, dal Mali alla Libia, prima di imbarcarsi, Amarà non parla volentieri. I genitori sono morti, ma in Mali ha lasciato tre fratelli, un maschio e due femmine. «Vive come sospeso – dice la mamma palermitana –, pensa sempre a loro e la sua vita qui gli sembra un tradimento verso i fratelli». Per questo Sonia e il suo compagno stanno pensando a un ricongiungimento familiare. Intanto Amarà studia al primo anno di liceo linguistico al Regina Margherita e gioca a calcio nella Fincantieri nel ruolo di attaccante, una vera promessa.
E poi c’è una di quelle storie di cui il sistema di accoglienza palermitano va orgoglioso. Abu Bacar, senegalese, e la moglie Fatima, assieme ad altri giovani migranti accolti dalla Caritas, hanno messo su una cooperativa agricola ‘La Carità non finirà mai’, con cui coltivano frutta e ortaggi in un terreno delle suore bocconiste a Ciminna e li vendono al mercato di Falsomiele. «Qui ho tutto, un lavoro, una bella moglie, un figlio meraviglioso – dice Abu –. Siamo in regola e abbiamo anche la licenza per vendere come ambulanti. Ora sono felice». (Alessandra Turrisi – Avvenire)



