Cosenza: Un convegno per la Giornata del Migrante e del Rifugiato

Cosenza – Una sorta di Forum sull’immigrazione nel nostro Paese. È stato questo l’incontro “Allarga lo spazio della tua tenda”, che si è tenuto lunedì scorso al Salone degli Stemmi del Palazzo Arcivescovile di Cosenza. A portare il proprio contributo, oltre a Pino Fabiano, direttore dell’Ufficio diocesano Migrantes, che ha introdotto l’evento, sono state Rita Carravetta, di Medici senza Frontiere, e Cristina Molfetta, della Fondazione Migrantes. Carravetta ha portato la propria esperienza di lavoro come medico con i migranti. “Ho lavorato nei centri di accoglienza, a Crotone, in Puglia, a Pozzallo nel centro di primo soccorso e accoglienza e quest’anno lavoro all’interno di un centro di riabilitazione per sopravvissuti alla tortura a Roma” – spiega.

Ma come stanno i centri in Italia? “La situazione è abbastanza critica non solo al Sud ma in tutta Italia” – prosegue Rita Carravetta. “È una realtà che cambia a livello italiano ed europeo ogni giorno, c’è necessità di non perdere di vista l’attenzione che bisogna dare alle persone che comunque quotidianamente arrivano nel nostro Paese” – incalza Cristina Molfetta, che poi prosegue: “il nostro è un Paese che, dalla firma della Convenzione di Ginevra fino a qualche anno fa, ha fatto poco, ma che negli ultimi hanno avuto un gran cuore, soprattutto per quanto riguarda la prima accoglienza”. Molfetta precisa che non si può fare una distinzione ben precisa tra Nord e Sud, perché “l’Italia, rispetto all’accoglienza, si divide a macchia di leopardo e in ogni regione ci sono dei bianchi e dei neri con anche delle speculazioni”.

Le varie fasi dell’accoglienza, al centro del dibattito, tra esperienze virtuose e piccole carenze. A Pozzallo – descrive Rita Carravetta – una situazione non facile. “L’anno scorso siamo usciti con un rapporto pubblico sul centro siciliano. Dopo circa un anno abbiamo deciso di chiudere il progetto perché non c’erano le condizioni minime per lavorare”. Ma quali le criticità? “Ci siamo trovati molte volte a lavorare in condizioni di sovraffollamento, di promiscuità anche per quanto riguarda l’alimentazione. In questo modo difficilmente si può fare cura e accoglienza delle persone. Purtroppo ci sono delle carenze, più che a livello legislativo, a livello attuativo, che noi cerchiamo di superare attraverso il nostro lavoro o anche con le denunce, quando è il caso”. Tante le sofferenze dei migranti, da quella fisica a quella psicologica, “a volte legata al proprio vissuto nel Paese di origine o al viaggio, altre volte causata dal sistema di accoglienza che è patologizzante” – prosegue la volontaria di Medici senza Frontiere. Un’esperienza virtuosa è stata invece testimoniata da Cristina Molfetta. “Nella diocesi di Torino c’è stato un coinvolgimento molto forte da parte delle parrocchie, per cui siamo riusciti a realizzare circa 300 forme di terza accoglienza: le comunità locali hanno messo a disposizione alcuni spazi per dare la possibilità ai migranti di potersi realmente integrare”.

È questa la vera sfida che “auspico dovunque perché quello dell’integrazione, alla ricerca della casa e del lavoro, è l’anello debole all’interno del nostro Paese. E in questo c’è bisogno dell’apporto del terzo settore e della Chiesa”.

Molte volte – prosegue Carravetta – quando vado a curare i pazienti, l’importante non è tanto la gastrite o la bronchite, ma i problemi di base che stanno dietro l’insorgenza di tali problemi, quindi il freddo e la qualità del cibo”. Tutto questo va a diretto svantaggio di chi arriva in Italia e vuole condurre “una vita normale, andare a scuola”. E se è vero che l’Italia negli ultimi anni sta mostrando una certa attenzione all’accoglienza, però è difficile fare realmente integrazione, rispetto alla quale la situazione “è assolutamente carente”. (PDV)