Da “Medì” una scuola periferica a Tunisi

Livorno – Guardare sempre anche dall’altra parte del mare per ripatire dall’ ‘inizio’ che cambia una società e le dà ossigeno: la scuola, anche come espressione di quella necessità di formazione, di educazione, di ‘scuola’ in senso più ampio, che grandi maestri, come don Pino Puglisi, sanno dare. A ‘Medì’, l’incontro internazionale della città del Mediterraneo promosso a Livorno dalla Comunità di Sant’Egidio, si è concretizzato un progetto di sostegno alla scuola media di Oued Ellil, alla periferia di Tunisi. Sant’Egidio insieme a Tunisia Africa Forward, rappresentata da Radhia Abdelati, i Comitati di Amicizia ‘Medì’ hanno raccolto risorse per ristrutturare una scuola in una cittadina con 60 mila abitanti, abitata soprattutto da migranti interni, quasi la metà al di sotto dei 30 anni e con un tasso di analfabetismo pari al 14,27 per cento.
Padre Angelo Romano, della Pontificia Università Urbaniana, ha ricordato come don Puglisi guardava ai giovani degli anni 70: «Molti si interessano al senso della vita e gettano le mani avanti per essere afferrate, come i trapezisti che attendono qualcuno che prende queste mani, per evitare che una generazione di giovani si sfracelli». La Buona Notizia veniva seminata da Puglisi a partire da più piccoli: «Attraverso i bambini don Puglisi era riuscito a riconciliare famiglie che non si parlavano da 40 anni». Si aprono prospettive nuove e unitive: giovani studenti e richiedenti asilo si incontrano. Jean Pierre Cavalié, del Cimade (Comité intermouvement auprés des Evacués) ha spiegato come a Marsiglia sia nato il comitato delle Feste del convivere: «Gli attentati di Parigi non hanno limitato questa volontà di accoglienza. Molte persone comuni hanno formato collettivi e si sono mossi per la solidarietà». A Marsiglia, ma anche a Cagliari: «Qui – ha detto Caterina di Bella, presidente del Comitato sardo di solidarietà – spesso arrivano migranti algerini in barche da 10-12 persone delle quali spesso non si parla. Abbiamo 600 studenti profughi e facciamo un doposcuola per 35 bambini. L’accoglienza funziona. Molti gli incontri dei ragazzi profughi nelle scuole per parlare con i loro coetanei». Vasilios Koukousas (dell’Università di Salonicco) concorda: «Servono bambini aperti alla società». E Gianna Valente, dirigente scolastica di Livorno, lamenta: «Alcuni genitori mettono figli in classi separate dagli stranieri, ma così non si comprende l’enorme ricchezza della multiculturalità». Per la diocesi di Livorno, il cui saluto è stato portato a Medì da don Giuseppe Coperchini a nome del vescovo Simone Giusti, il titolo di ‘Medì’, ‘Le città vogliono vivere’, indica «la certezza che se ognuno di noi dà il meglio di se stesso, la realtà cambia. Vivere vuol dire renderci conto che l’altro fa parte della nostra vita». (Michele Brancale – Avvenire)