Mons. Lojudice: basta morti innocenti

Roma – Era affollatissima la Basilica di Santa Maria in Trastevere, ieri sera, per la veglia di preghiera, promossa dalla comunità di Sant’Egidio e presieduta da Mons. Paolo Lojudice, vescovo delegato per la Migrantes della Conferenza Episcopale del Lazio, dopo la morte di tre giovani donne, di etnia rom, nell’incendio del loro camper in sosta alla periferia Est della città. Molti i rom e sinti presenti che con questo gesto hanno voluto essere vicini alla famiglia di Francesca, Angela ed Elisabeth, rispettivamente di 4, 8 e 20 anni. Con loro anche la mamma delle tre vittime e alcuni familiari.

L’elemosiniere vaticano Mons. Konrad Krajewsk ha voluto essere presente partecipando alla preghiera seduto tra i fedeli. Ma anche tanti cittadini, volontari della Comunità di Sant’Egidio e di altre  associazioni, rappresentati della diocesi di Roma, rappresentanti di altre confessioni religiose, il ministro Valeria Fedeli, il prefetto di Roma.

“Da questo momento ci  sia un futuro diverso per la nostra città e per il Paese, un futuro di inclusione per tutti. Da questo momento ci sentiamo più  responsabili tutti soprattutto per  quei cittadini più bisognosi e che vivono ai margini delle nostre città”, ha detto il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, all’inizio della veglia  esprimendo “amicizia e solidarietà” alla famiglia colpita da questo dolore: “fermarsi dopo questo evento tragico ed assurdo ci è sembrato giusto. Non era possibile non fermarsi”. ”Non dovremmo uscire da questa chiesa senza un impegno chiaro e preciso con la nostra coscienza e tra noi che lavoreremo insieme perché i piccoli non soffrano più. Dobbiamo pregare e agire tutti insieme perché nessun bambino, in nessuna parte del mondo sia più crocifisso … Troppi bambini crocifissi! Se vedessimo un bambino in croce saremmo sdegnati! E perché: non sono in croce tutti questi? Quelli sotto le bombe, soggetti a violenze di ogni genere, rapiti, defraudati della loro infanzia, morti nel Mediterraneo, lasciati in un sacchetto della spazzatura appena nati………Dio abbia pietà di noi”, è stato il monito di Mons. Lojudice.

Commentando alcuni passi dei Vangeli il presule ha sottolineato che “il bambino nel vangelo e nel pensiero di Gesù è un modello, di vita,  di accoglienza della fede, perché comprende particolarmente il linguaggio della tenerezza e dell’amore, soprattutto quando è espresso attraverso un servizio premuroso, paziente e generoso, animato nei credenti dal desiderio di manifestare la stessa predilezione che Gesù nutriva per i piccoli.  “Ogni essere umano – ha aggiunto il presule – ha valore in se stesso, perché creato ad immagine di Dio, ai cui occhi è tanto più prezioso, quanto più appare debole allo sguardo dell’uomo”. Il pensiero di Mons. Lojudice è andato quindi ai piccoli orfani o abbandonati a causa della miseria e della disgregazione familiare, ai fanciulli vittime innocenti dell’Aids o della guerra e dei tanti conflitti armati in atto in diverse parti del mondo,  all’infanzia che muore a causa della miseria, della siccità e della fame. “La Chiesa – ha sottolineato il presule che è anche vescovo ausiliare di Roma e membro della Commissione CEI per le Migrazioni – non dimentica questi suoi figli più piccoli”, ha detto citando una frase di papa Benedetto XVI.  Quante “stragi di innocenti”, quante “lacrime di madri sono raccontate dalla Bibbia: quella voluta dal Faraone in Esodo, quella riportata dal profeta Geremia e poi citata nel Vangelo  dopo la nascita di Gesù”, ha ricordato ancora sottolineando che  “Rachele non vuole essere consolata. Questo rifiuto esprime la profondità del suo dolore e l’amarezza del suo pianto. Davanti alla tragedia della perdita dei figli, una madre non può accettare parole o gesti di consolazione, che sono sempre inadeguati, mai capaci di lenire il dolore di una ferita che non può e non vuole essere rimarginata. Un dolore proporzionale all’amore. Ogni madre sa tutto questo; e sono tante, anche oggi, le madri che piangono, che non si rassegnano alla perdita di un figlio, inconsolabili davanti a una morte impossibile da accettare. Rachele racchiude in sé il dolore di tutte le madri del mondo, di ogni tempo, e le lacrime di ogni essere umano che piange perdite irreparabili”. Oggi, “nel nostro occidente, nella nostra Italia, nella nostra grande e splendida città di Roma un bambino non può vivere in mezzo alla strada, non può essere rosicchiato dai topi mentre dorme in una baracca, non può essere arso vivo per nessun motivo al mondo… Uccidere anche un solo bambino è uccidere la società,  il futuro, noi stessi”. In questo momento “tutti pensiamo alle responsabilità di questa tristissima vicenda e ovviamente a quella di chi ha commesso il fatto: non ci si può credere…chiunque sia …non può essere: non si può arrivare a tanto… Chi non lo pensa, in questo momento? Sarebbe facile scaricarci le coscienze pensando al colpevole,  ad ‘un’ colpevole…: ma il colpevole è uno solo? Ne siamo convinti?  E le nostre responsabilità dove sono? Quali sono? Sia quella della società civile, dell’amministrazione pubblica che non ha vigilato a sufficienza …  sia quella della comunità cristiana troppo presa da altri problemi…” Per il presule ben vengano i centri diurni, le scuole della pace, i doposcuola parrocchiali… ben vengano i bravi insegnanti delle elementari e delle medie che vivono la loro professione come una vera missione e offrono anche ai bambini rom una attenzione che non è solo di circostanza ma è profonda, significativa e, a volte, salvifica. I campi sono dei “non luoghi” , come – ha detto – “lo sono gli agglomerati popolari dove si accorpano miserie su miserie… e miserie accumulate non possono generare che malessere, violenza, tragedie. Le accuse postume, le lacrime di coccodrillo non servono in questo momento: avremmo potuto…avremmo dovuto…No. L’unica cosa che serve è unire le nostre forze, quelle sane, quelle solide presenti nelle nostre comunità”. E allora, ecco il monito: “basta con i conflitti ideologici, pregiudiziali nella società e anche nella chiesa:  mettiamoci in gioco perché nessun bambino soffra, subisca violenza o addirittura muoia di morte violenta, in una maniera così atroce e così devastante, come è accaduto l’altra notte a  Francesca, Angelica ed Elisabeth”. Ieri uno striscione appeso sul luogo dove è avvenuto l’incendio, nel quartiere Centocelle di Roma,  circondato da fiori bianchi: “Sono morti del quartiere. Siamo tutti coinvolti”. E ieri sera nella Basilica di Santa Maria in Trastevere un gruppo di bambini indossava una maglietta con la scritta “Non sono pericoloso, sono in pericolo”. Bambini che, mentre si ricordavano i piccoli rom morti negli ultimi anni, con i propri nomi e la causa delle loro morte, a Roma, hanno acceso delle candele. (Raffaele Iaria)