Mons. Di Tora: “La vera protezione? Luoghi con affetti forti”

Roma – «La vera protezione dei minori stranieri non accompagnati sta nell’accoglienza in luoghi in cui si creano affetti forti, come le comunità parrocchiali o le famiglie». Il Presidente della Commissione Episcopale CEI per le migrazioni e della Fondazione Migrantes, il vescovo Guerino Di Tora, indica alcune soluzioni al problema dei ragazzi con meno di 18 anni che, dopo essere giunti irregolarmente in Italia, fanno perdere le loro tracce. Nel 2016 sono stati oltre seimila. «Non essendo ancora adulti, ma soli e non del tutto maturi, sono più vulnerabili. Quindi, è più facile che finiscano preda di chi li vuole sfruttare con promesse illusorie – spiega Di Tora in una interista a Filippo Passantino e pubblicata ieri sul settimanale diocesano di Roma “RomaSette” allegato al quotidiano Avvenire –. Per questo motivo dovrebbero essere maggiormente protetti dal sistema di accoglienza. Canali umanitari e flussi migratori regolati possono essere una valida soluzione».

Mons. Di Tora si pronuncia anche sulla proposta di legge che riconosce la cittadinanza italiana a chi nasce nel nostro Paese ( ius soli): «È un diritto umanitario. Bambini e ragazzi nati in Italia, figli di persone immigrate e oramai regolari, vanno a scuola con gli altri, parlano la lingua italiana e hanno il diritto di sentirsi cittadini italiani». Per il presidente di Migrantes i minori “devono trovare una protezione maggiore grazie a canali umanitari attraverso i quali possono riuscire ad approdare in realtà nuove e sicure. Credo che serva non solo una prima accoglienza migliore ma anche un’integrazione maggiore dei ragazzi che non sono ancora maggiorenni”. La CEI – ha aggiunto il presule – “sta progettando nuovi programmi che entreranno presto in azione proprio per favorire non solo i canali umanitari ma l’umanità nei confronti dei minori. E si rivolge sia a quelli che intendono rimanere nel loro Paese sia a quelli che lo vogliono lasciare. È chiaro che la soluzione migliore per questi ultimi sarebbe l’accoglienza in un ambiente protetto come una famiglia o una struttura in cui trovarsi assieme ad altri coetanei. L’obiettivo è favorire situazioni di questo genere che in tante diocesi già si stanno sviluppando. A Roma alcune parrocchie e diverse famiglie hanno aperto le loro porte, ma non è una città che offre molto lavoro. Quindi, non sempre è possibile realizzare un’integrazione piena e definitiva”.