Milano- Sono l’ultimo anello di una lunga catena fatta di violenze, soprusi e trattamenti inumani e degradanti in Libia. Sono gli ‘scafisti forzati’. Migranti che, come tutti gli altri compagni di viaggio hanno pagato la traversata e che a un certo punto vengono scelti dai veri trafficanti e costretti a prendere la guida del gommone o a tenere in mano la bussola. Persone che una volta sbarcati in Italia vengono indicati dai loro compagni di viaggio, fermati, arrestati e accusati di traffico di essere umani. «Ci sono migliaia di casi in cui semplici migranti una volta sbarcati vengono arrestati come presunti scafisti – racconta Paola Ottaviano, legale dell’associazione Sicilia Migranti – abbiamo fatto una stima: ogni 150 sbarchi almeno due persone vengono arrestate con l’accusa di essere scafisti e trafficanti». Calcolatrice alla mano dietro le sbarre italiane si contano circa 1.500 ‘scafisti forzati’, come vengono chiamati dall’associazione. A volte capita anche che, abbandonati da soli in mezzo al mare, alcuni di loro decidano di mettersi alla guida per cercare di rimanere a galla, senza imbarcare acqua, in attesa dei soccorsi. In questi casi è molto facile finire fra le fila degli accusati come scafisti dalle autorità italiane. I compagni di viaggio spesso sono traumatizzati, impauriti, magari non parlano la stessa lingua ma sono perfettamente in grado di indicare la persona che era alla guida del gommone. «Questi scafisti forzati, obbligati a prendere la guida del gommone con la pistola puntata alla testa, sono loro stessi vittime di tratta – prosegue Ottaviano – in quanto costrette a compiere un reato. L’obbligo di guidare un gommone è l’ultimo anello della catena dello sfruttamento, di quello che hanno già subito durante il viaggio sulla terraferma e in Libia. Un obbligo che ha conseguenze molto pesanti in Italia. Molti di loro ci hanno raccontato di essere stati in carcere ma di non aver capito bene perché». Come Adbelrahman El Monsif, che non si dà pace. È da due anni in carcere, prima a Catania e poi a Caltagirone. «È accusato di favoreggiamento e omicidio plurimo – racconta il legale che lo assiste, Francesco Turrisi – nel barcone su cui ha viaggiato sono state trovate 49 persone morte asfissiate nella stiva». Abdel in Libia faceva il calciatore, giocava nel Benghasi con un contratto da 50mila dinari l’anno (circa 27mila euro, ndr) poi con la guerra si è trasferito a Tripoli, aveva già il biglietto aereo per raggiungere l’Europa, andare a Malta. Gli è stato negato il visto. E il mare è rimasta la sua unica via di fuga. «Il perito del Tribunale ha setacciato il suo cellulare e dai messaggi inviati agli amici, e dalle telefonate fatte alla mamma e alla zia prima di imbarcarsi si capisce perfettamente che è un ragazzo come molti altri, impaurito e timoroso del viaggio che si appresta a fare. Lui e altri due suoi compagni sono stati indicati dai migranti a bordo della barca. Ma su quel barcone, stracarico, con persone accalcate l’una sull’altra, col buio e la paura di morire, sarebbe stato quasi impossibile rimanere lucidi per individuare gli scafisti o i trafficanti fra loro».
Sono complessivamente 81 i ‘presunti’ scafisti o trafficanti fermati dalle autorità italiane dall’inizio dell’anno. Come gli ultimi cinque ieri a Ragusa, incastrati da un video recuperato su un telefonino. Si tratta di cinque tunisini, fermati subito dopo lo sbarco di 121 migranti. Gli investigatori hanno trovato in uno dei cellulari in uso a una donna un video che riprendeva il capitano e l’equipaggio intenti a ridere a scherzare tra loro in cabina di comando. Inizialmente reticenti, davanti al video i migranti hanno finito per descrivere nel dettaglio il ruolo di ogni membro dell’equipaggio. I migranti erano partiti dalla Tunisia facendo rotta sulle coste di Agrigento ma sono stati intercettati prima da un pattugliatore della Guardia di finanza. A bordo erano tutti tunisini e avevano pagato per la traversata circa duemila euro ciascuno ai cinque connazionali fermati dalla polizia. Gli scafisti sono stati rinchiusi nel carcere di Ragusa. (Daniele Fassino – Avvenire )



