Roma – La mobilità è una risorsa perché permette il confronto con realtà diverse ed è, se ben indirizzata, una opportunità di crescita e arricchimento. Oggi, però, nello stato generale di recessione economica e culturale in cui ci si ritrova, la migrazione, per gli italiani in particolare, è diventata nuovamente, come in passato, una valvola di sfogo, ciò che potrebbe permettere di trovare una sorte diversa rispetto a quella a cui si è destinati nel territorio di origine. Così intesa, la mobilità – come stiamo registrando da ormai diversi anni – diventa unidirezionale, dall’Italia verso l’estero, con partenze sempre più numerose e con ritorni sempre più improbabili. La questione – spiega la Fondazione Migrantes che questa mattina a Roma ha presentato il XII Rapporto Italiani nel Mondo – non è tanto quella di agire sul numero delle partenze – anche perché nel mondo globale la libertà di movimento, il sentirsi parte di spazi più ampi e di identità arricchite è quanto si sta costruendo da decenni – ma piuttosto di trasformare l’unidirezionalità in circolarità in modo tale da non interrompere un percorso di apprendimento e formazione continuo e crescente, da migliorare le conoscenze e le competenze mettendosi alla prova con esperienze in contesti culturali e professionali diversi tenendosi aggiornati e al passo con il mondo che cambia. In questo processo di partenze e rientri, di permanenze temporanee, di periodici spostamenti, emerge la necessità che la mobilità diventi sempre più un processo dinamico di relazioni e non una imposizione di qualche nazione su un’altra. La mobilità travalica, oggi, i confini nazionali e, in uno spazio sempre più globale, deve diventare “ben-essere” condiviso, di molti e tra più persone. Oggi assistiamo sempre più a una “mobilità da spinta” quando invece essa deve essere spontanea e accompagnata con la valorizzazione delle persone, di chi sono e di cosa sanno fare nei luoghi più diversi.
È questa, probabilmente, la libertà di movimento auspicata dai padri fondatori dell’Unione Europea, un “immenso appartamento” dove sentirsi a casa in qualsiasi stanza e dove le proprie capacità possano non solo essere messe a frutto nel migliore dei modi, ma anche essere valorizzate al meglio delle possibilità per il comune e reciproco arricchimento e progresso. Il sogno non lo si è mai pienamente raggiunto e, in questo momento, purtroppo si allontana sempre più. Alcuni, infatti hanno pensato che la libertà non potesse riguardare tutti, ma solo alcuni, mentre chi è ritenuto privo di questo diritto va fermato. Ed è così che la faticosa “politica dei ponti” sta lasciando sempre più spazio alla “politica dei muri” e che la memoria storica di un passato di guerra, soprusi, dittature e povertà si sta affievolendo sempre di più.



