Roma – Una galleria di volti poggiata sul pavimento. Cinquanta foto in bianco e nero, visi di uomini e donne di etnie diverse – rigorosamente a occhi semichiusi – che emergono dal buio dei sotterranei delle Terme di Caracalla, luogo segreto e affascinante che si anima per ospitare per la prima volta un’esposizione. Chiaro e inequivocabile il riferimento al dramma degli odierni migranti. Lo stesso autore, Antonio Biasiucci, spiega che la fonte d’ispirazione di questi scatti (che risalgono al 2009 e sono foto di calchi realizzati dall`antropologo Lidio Cipriani negli anni 30 in alcuni paesi del Nord Africa) è in effetti «il dramma delle persone disperse nei nostri mari». In questi spazi scuri dove centinaia di schiavi e operai, trasportati da ogni dove nell’antica Roma, faticavano con temperature da girone dantesco per consentire il funzionamento delle soprastanti terme frequentate ogni giorno dai 4 ai 6mila cittadini romani, vengono a conoscere nuova vita le storie di coloro che soffrono cercando un riscatto a un’esistenza di stenti. «Ci è parso un collegamento pieno di significati», spiega il soprintendente Francesco Prosperetti, intenzionato a rilanciare la location: «I quasi due chilometri di gallerie delle Terme, in gran parte da restaurare, si candidano a divenire un grande spazio espositivo», aggiunge Prosperetti dopo aver inaugurato ‘Molti’, titolo della rassegna aperta da ieri fino al 19 novembre (in collaborazione con Electa). Ed è proprio la suggestione del complesso inaugurato nel 216 d.C. dal figlio di Settimio Severo, di queste enormi gallerie (non aperte stabilmente ai visitatori) che contenevano caldaie, depositi di legname, perfino un mulino, a dare nuova linfa alle foto dei volti, omaggio a un’umanità presente e dolente. Alla quale Biasiucci – le cui opere sono in molti musei, dal romano Maxxi al Guggenheim di Venezia conferisce la dignità del ritratto, concesso in epoca antica solo alle classi più abbienti. Primo passo sulla via del riscatto. (Eugenio Fatigante)



