Cosenza – Dal 2005 al 2016, la Calabria ha visto triplicato il numero di residenti stranieri che passano dai 33.525 agli attuali 102.824. La provincia cosentina registra un incremento ancora più consistente quadruplicando le presenze straniere (da 8.477 a 33.410) e concentrando nel proprio territorio il 32,5% delle presenze complessive calabresi. è il quadro che emerge dal consueto rapporto annuale sull’economia locale realizzato dall’Istituto Demoskopika per conto della Banca di Credito Cooperativo Mediocrati e presentato oggi. In dieci anni, gli stranieri residenti sul territorio regionale e in provincia di Cosenza sono aumentati rispettivamente del 207% e del 294%. La prima comunità nazionale presente in regione e in provincia risulta essere quella rumena rispettivamente con 34.076 (33,1% del totale regionale) e 13.937 presenze (41,7% del totale provinciale), seguita da quella marocchina con 14.392 (14%) e 3.286 (9,8%) presenze. Seguono a distanza sia in Calabria che nel territorio cosentino le comunità ucraine e bulgare.
Secondo il Rapporto Nel 2015 il numero dei lavori dipendenti extracomunitari in Italia è stato pari a 1.174.218 a fronte di un totale di 14.247.179. In termini percentuali gli stranieri rappresentano l’8,2% del totale dei lavoratori (9,8% uomini e 6,1% donne). Nel confronto con l’Italia e le altre aree del Centro-Nord, la Calabria e la provincia di Cosenza presentano una quota di lavoratori extracomunitari più contenuta, rispettivamente pari al 5,8% e 4,4% ma comunque superiore a quella media del Sud (3,2%) e delle Isole (1,9%). Se consideriamo il numero complessivo dei lavoratori extracomunitari sia autonomi che dipendenti – spiegano i ricercatori – l’incidenza percentuale sul totale rimane quasi invariata: 6,2% Calabria e 4,5% Cosenza. Nell’analisi dell’andamento di lungo periodo, in otto anni dal 2007 al 2015, sia in regione che in provincia si è avuta una crescita del numero complessivo di lavoratori extracomunitari: +45,6% passando da 15.434 a 22.467 in Calabria e da 4.147 a 5.795 a Cosenza che registra un +39,8% (a fronte del 25,9% del dato medio italiano). Riguardo i paesi di provenienza, per la Calabria, in testa per numerosità troviamo i lavoratori del Marocco (32,2%) Ucraini (12,2%) e Indiani (11,1%) che insieme rappresentano oltre il 55% del totale. La provincia cosentina allo stesso modo della regione vede ai primi due posti i lavoratori marocchini (26,4%) e ucraini (14,2%), seguiti dai lavoratori albanesi (12,4%) cinesi (8,3%) e filippini (7,6%). Nel 2016, gli imprenditori stranieri in Calabria, secondo i dati del Centro Studi Unioncamere, sono pari a 13.591 e a 4.174 in provincia Cosenza, con un incremento rispettivamente del 3,8% e 3,2% rispetto all’anno precedente; variazioni in linea con il dato medio italiano che è stato pari al 3,3%. In valore assoluto, la provincia di Reggio Calabria e di Cosenza ospitano la maggiore quota di imprenditori stranieri, rispettivamente il 32,2% e il 30,7% del totale regionale, seguite da Catanzaro con il 25,7%.
Relativamente ai settori di attività, il principale per presenza di imprenditori stranieri è il commercio: per la Calabria le imprese commerciali rappresentano il 75,1% del totale, per la provincia cosentina il 64,2%, a seguire le imprese operanti nel settore dei servizi con l’11,4% e il 16,7% dei casi, le imprese edili 6,2% e 8,6%, mentre le meno numerose sono le imprese agricole (3,8% Calabria e 5,9% Cosenza) e dell’industria in senso stretto (3,6% regione e 4,6% provincia).
Secondo la stima dell’Istituto Demoskopika realizzata analizzando i dati più recenti sulla contabilità regionale e provinciale aggiornati per le oltre13 mila imprese calabresi, condotte da stranieri, contribuirebbero con oltre un miliardo (1.014 milioni di euro) alla creazione del 4,9% del valore aggiunto regionale. In provincia di Cosenza l’apporto, sempre in termine di incidenza, sarebbe ancora maggiore: quasi mezzo miliardo di euro (478,6 milioni di euro), pari al 6,9% del totale valore aggiunto provinciale. A livello nazionale l’apporto economico delle imprese guidate da stranieri è pari al 7% del totale valore aggiunto italiano. Sia per l’intero territorio regionale che per la provincia cosentina il contributo maggiore deriverebbe dalle imprese straniere operanti nel settore del commercio; per entrambe le aree si registra quasi la stessa incidenza sullo stesso comparto rispettivamente il 14,7% e il 13,7%. Sul fenomeno dello sfruttamento del lavoro degli immigrati e del lavoro sommerso sono stati ascoltati gli imprenditori cosentini che ne confermano una forte e radicata presenza anche nella loro zona. Sono quasi tre su quattro (il 73,7%) a denunciare che lo sfruttamento dei lavoratori immigrati è molto (20,6%) e abbastanza diffuso (53,1%), in pochissimi evidenziano l’assenza del fenomeno (solo per il 3,7% è per niente diffuso) mentre per il 22,6%, anche se poco, è presente. Gli imprenditori che più degli altri evidenziano una maggiore diffusione del fenomeno sono quelli dei servizi (84,3%), seguiti subito dopo dagli imprenditori del settore edile (78%) e dell’agricoltura (73,2%). Solo il 9,2% degli imprenditori dichiara di avere nel proprio organico lavoratori stranieri. Rispetto al livello occupazionale la maggioranza di questi, il 48,6%, ricopre mansioni non qualificate, di operaio non specializzato, bracciante agricolo, ecc., un dato questo perfettamente in linea con la tendenza generale registrata a livello nazionale; il 43,2% è operaio specializzato o svolge lavori di tipo artigianale, il 13,5% riguarda addetti qualificati nelle attività commerciali e nei servizi (es. cameriere, commesso, cuoco, addetto alle vendite, assistenza personale, ecc.), mentre in pochissimi sono gli stranieri che lavorano come tecnici specializzati non laureati (2,7%) e praticamente inesistenti gli impiegati d’ufficio e le figure di elevata specializzazione, come le professioni intellettuali, scientifiche (dirigente, quadro). Sulla propensione futura di impiegare, qualora c’è ne fosse la possibilità, lavoratori stranieri, il campione appare perfettamente diviso tra risposte negative, il 45,8%, e risposte positive, il 45%.
“Gli immigrati stanno invadendo le città; prima li controllavano perché erano pochi, ma ora arrivano in migliaia“. È questa l’espressione che, con il 78,6%, raccoglie il livello di condivisione maggiore tra gli imprenditori. La frase con il secondo più alto assenso è ancora a polarità negativa e sottolinea l’associazione immigrazione-criminalità: il 65,6% del campione è abbastanza/molto d’accordo con la frase “l’aumento del numero di immigrati favorisce l’aumento della criminalità e del terrorismo”. Questo orientamento negativo, molto probabilmente alimentato dai mezzi di comunicazione dopo i recenti attentati terroristici, – si legge nello studio -si è sicuramente rafforzato tra gli imprenditori.
Tuttavia, oltre la maggioranza degli intervistati sembra credere, essendo molto/abbastanza d’accordo (63,4%), che i comportamenti illegali degli immigrati siano legati alle condizioni nelle quali essi vivono. A seguire la frase con il più alto assenso (49,7% molto/abbastanza d’accordo), questa volta a polarità positiva, riguarda l’arricchimento culturale che può provenire dall’incontro con l’alterità: “l’immigrazione dei cittadini stranieri è positiva perché permette il confronto tra culture diverse“. Si può, quindi, osservare che timori e diffidenze nei riguardi degli immigrati sono ancora largamente diffusi, malgrado sono stato rilevate significative posizioni di apertura.
Nonostante la frase “L’immigrazione dei cittadini stranieri è positiva perché permette il confronto tra culture diverse” sia stata una delle più accettate, alla domanda su cosa dovrebbero fare gli uffici pubblici e i luoghi di lavoro per permettere agli stranieri di mantenere i propri usi e costumi, tre intervistati su quattro (74,6%) ha risposto che devono essere gli immigrati ad adeguarsi completamente. Pochi, il 6,5%, hanno risposto che dovrebbero essere gli uffici ad adeguarsi completamente e il 17,2% solo alle necessità più importanti.



