Festa dell’Immacolata Concezione ( Gen 3,9-15.20 Sal 97 Ef 1,3-6.11-12 Lc 1,26-38)
Mentre ci avviciniamo al Santo Natale, la liturgia ci viene incontro con la solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria.
Questa solennità dà una tonalità mariana a tutto il tempo di Avvento e ci invita ad accogliere il Signore che viene con lo stesso atteggiamento di Maria.
Con la Bolla Ineffabilis Deus promulgata dal papa Pio IX nel 1854, la Chiesa cattolica afferma che Maria, per singolare privilegio di Dio e in vista dei meriti della morte di Cristo, è stata preservata dal contrarre la macchia del peccato originale ed è venuta all’esistenza già tutta santa. Quattro anni dopo essere stata definita dal papa Pio IX, questa verità fu confermata dalla Madonna stessa a Lourdes in una delle apparizioni a Bernardetta con le parole: “Io sono l’Immacolata Concezione”.
Tale verità, può essere tradotta in termini più semplici come il “codice della santità originaria” che neutralizza il codice della fallibilità umana rappresentato dal peccato originale che esalta, parimenti, la trascendenza di Dio e la gratuità della sua grazia.
Pertanto, questo dogma va letto non come eccezione o privilegio, ma come esigenza cristologica, cioè come “l’incidenza nella salvezza personale di Maria della sua vocazione di madre del Cristo” o “il riversarsi della santità unica del Figlio sulla santità ricevuta da sua madre”.
È una visione stupenda che ci fa dimenticare per qualche momento la nostra società con le sue brutture e la sua malvagità, con la sua corruzione e con i suoi circoli diabolici.
La festa dell’Immacolata ricorda all’umanità che c’è una sola cosa che inquina veramente l’uomo ed è il peccato. Un messaggio quanto mai urgente da riproporre. Il mondo, infatti, ha perso il senso del peccato.
Nella tensione tra il bene e il male, oggi particolarmente acutizzata, e dalla “considerazione del mondo come un grande poligono di lotta di tutti contro tutti” l’Immacolata ci insegna a non essere conniventi con nessuna forma di peccato e a deciderci sempre e solo per il bene.
A riguardo, le letture bibliche che abbiamo ascoltato ci fanno contemplare Maria come colei che è stata prescelta da Dio fin dall’eternità per una missione unica e misteriosa, quella di generare alla vita terrena il Verbo eterno del Padre venuto al mondo per la salvezza di tutti gli uomini.
La prima lettura, con l’immagine della Donna che schiaccia la testa del serpente, ci rassicura sulla certezza che, alla fine, il demonio e il peccato saranno sconfitti e ci mostra Maria, Madre del Vincitore del male e della morte, come la prima creatura nella quale Dio ha realizzato pienamente questa vittoria.
Nella seconda lettura, dopo lo stupendo inno di benedizione a Dio, Paolo scrive agli Efesini: “Dio Padre ci ha scelti in Gesù Cristo prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità”. Siamo dunque tutti chiamati ad essere santi e immacolati; questo è il progetto di Dio su di noi.
Più avanti, nella stessa lettera, Paolo applica questo piano di Dio non più alle singole persone, ma alla Chiesa universale come Sposa di Cristo: “Cristo ha amato la Chiesa, si è dato per essa, per santificarla, purificandola con il battesimo e la Parola, poiché egli voleva che essa gli comparisse davanti tutta splendente, senza macchia, ne ruga, ma santa e immacolata” (Ef 5,25-27).
Maria, dunque, “è icona della Chiesa, simbolo e anticipo dell’umanità trasfigurata dalla grazia, modello e sicura speranza per quanti muovono i loro passi verso la Gerusalemme del cielo” (Giovanni Paolo II, Lett. ap. Orientale lumen, 6).
In Maria troviamo la figura di una chiesa calata nella storia. In quella storia dell’umanità impastata di ambiguità che è sempre un mixeraggio di bene e di male, di verità e di menzogna, di grazia e di peccato. Nelle coordinate di questa storia così segnata, la chiesa deve starci senza permettersi scorciatoie o vie di fuga. Essa è chiamata a stare dentro il cammino dell’umanità, sull’esempio Maria, impegnandosi a spendersi, con spirito agonico, in una chiara scelta di campo ed in una indefettibile opzione, per quella Verità che è Cristo Signore.
Qualche anno addietro, il Sommo Pontefice, oggi emerito, Benedetto XVI, nella solennità dell’Annunciazione del Signore, faceva rilevare l’importanza del “principio mariano” della Chiesa, osservando che esso “è stato particolarmente evidenziato, dopo il Concilio da Giovanni Paolo II. Infatti, “nella impostazione spirituale e nel ministero di San Giovanni Paolo II si è resa manifesta agli occhi di tutti la presenza di Maria quale Madre e Regina della Chiesa”.
Nel Vangelo la Vergine è lodata dall’angelo come “piena di grazia” la kekaritomene secondo il testo greco delle origini, prima di tutto per la piena disponibilità ad aprirsi alla luce inattesa che l’investe dall’alto. Maria non conosce tutto e non comprende subito il piano di Dio: perciò non teme di chiedere con semplicità delle spiegazioni. Non possiede la “scienza infusa”: possiede la fede; e appunto la fede motiverà il primo elogio umano da lei ricevuto, quello di Elisabetta che le dice: “Beata sei tu che hai creduto” (cfr. Lc 1,45). Anche nel seguito dei suoi anni non le era immediatamente chiaro ciò che le avveniva in conformità al misterioso disegno del Padre, proprio come capita anche a noi; e – sempre mantenendosi in un atteggiamento di fede intemerata – ha dovuto camminare in una penosa oscurità. Come si vede, la sua “pienezza di grazia” coesisteva con una condizione di normalità, di semplicità, di umile impegno quotidiano che l’avvicina a noi.
A questo punto ci chiediamo: che cosa può rappresentare ai nostri giorni la festa dell’Immacolata Concezione di Maria?
Viviamo tempi deformi, il brutto trionfa nel linguaggio, nei dibattiti televisivi, negli spettacoli, nei comportamenti arroganti della gente che ignora il rispetto dell’altro, nei piani urbanistici che non valorizzano i tradizionali luoghi di aggregazione esistenti. C’è un imbruttimento generale che, come diceva già l’indimenticato p. David Maria Turoldo, è principio di abbrutimento della vita stessa.
Il brutto è ciò che offende Dio nella sua bellezza: è una sorta di “eresia teologica” diffusa a livello di vita quotidiana, è una forma di “ateismo strisciante”, vissuto forse in modo inconsapevole.
Qualcuno potrebbe dire: che cosa c’entra questo discorso con l’Immacolata Concezione? C’entra, e come!
Abbiamo bisogno di celebrare e cantare la bellezza di Maria, immagine della bellezza che è Dio nel suo Amore, soprattutto oggi in cui sembra che a dominare sia la categoria del brutto.
Don Tonino Bello, l’indimenticabile vescovo di Molfetta, ne era talmente sicuro che in un suo libro le ha dedicato un capitolo con il titolo “Donna bellissima”, e ha iniziato una sua preghiera con queste parole: “Santa Maria, donna bellissima, attraverso te vogliamo ringraziare il Signore per il mistero della bellezza”. La bellezza di Maria rimanda infatti alla bellezza del creatore.
F. Dostoevskij diceva che solo “la bellezza salverà il mondo” e aggiungeva: “L’umanità può fare a meno degli inglesi, dei tedeschi e dei russi – oggi direbbe dei Paesi consumatori -, ma senza la bellezza non ci sarà più niente da fare in questo mondo”. Se è vero che il nostro mondo ha bisogno di trasfusioni di bellezza per essere salvato, allora Maria, la donna bellissima, ci può aiutare a ritrovare qualcosa della bellezza perduta specialmente in questo nostro tempo dove si apprezza la caduta del senso.
Ella ci guidi a contemplare, nel prossimo Natale, il mistero di Dio fatto uomo per la nostra salvezza! (Pietro Groccia)



