Iquique – Ai piedi delle Ande una Messa per l’integrazione fra i popoli ha segnato ieri l’ultimo giorno cileno del Papa argentino. A fianco del Cerro Dragón, l’immensa duna di sabbia dove l’impeto dell’oceano s’incontra con il deserto, la città di Iquique è una frontiera di vento e di colori. «Questa terra è terra di sogni, ma facciamo in modo che continui a essere anche terra di ospitalità». L’uscita dal Cile Francesco ha voluto così simbolicamente segnarla in questa striscia di sabbia della regione di Tarapacá, zona franca nel nord del Paese, porta d’accesso dagli altri Paesi sudamericani.
Iquique è «terra di sogni», questo significa il nome nella lingua aymara, ha detto il Papa nell’omelia, «terra che ha saputo ospitare gente di diversi popoli e culture che hanno dovuto lasciare i loro cari e partire. Una partenza sempre basata sulla speranza di ottenere una vita migliore, ma sappiamo che è sempre accompagnata da bagagli carichi di paura e di incertezza per quello che verrà». Iquique, ha detto ancora il Papa è una zona «di immigrati che ci ricorda la grandezza di uomini e donne; di famiglie intere che, davanti alle avversità, non si danno per vinte e si fanno strada in cerca di vita. Essi – specialmente quelli che devono lasciare la loro terra perché non hanno il minimo necessario per vivere – sono icone della Santa Famiglia, che dovette attraversare deserti per poter continuare a vivere». Il Cile è il Paese che adesso riceve più migranti pro capite di tutta l’America latina. In un anno ha accolto 100 mila persone provenienti da Haiti. Secondo il National Socioeconomic Characterization Survey, cinquecentomila migranti vivono nel Paese. Il dato conferma una tendenza al rialzo dal 2006, dove la popolazione straniera è aumentata negli ultimi 10 anni più del 200 per cento. Principalmente provengono dal Perù, dai Paesi caraibici, dalla Colombia, dall’Argentina e dalla Bolivia. Un mese fa i primi migranti provenienti dalla Siria e dal Venezuela. La Regione di Tarapacá, dove si trova Iquique, è la seconda con il maggior numero di immigrati, che ha visto raddoppiare gli arrivi negli ultimi due anni. Attualmente, il dieci per cento della popolazione di Tarapacá è straniera. Francesco non poteva che toccare qui questa urgenza e ribadire quanto più volte ha espresso in merito ai migranti. «Il grido del popolo di Dio, il grido del povero, che ha forma di preghiera e allarga il cuore e ci insegna ad essere attenti. Siamo attenti – chiede Francesco – a tutte le situazioni di ingiustizia e alle nuove forme di sfruttamento che espongono tanti fratelli a perdere la gioia della festa. Siamo attenti di fronte alla precarizzazione del lavoro che distrugge vite e famiglie. Siamo attenti a quelli che approfittano dell’irregolarità di molti migranti, perché non conoscono la lingua o non hanno i documenti in regola. Siamo attenti alla mancanza di casa, terra e lavoro di tante famiglie».
«La nostra legge sull’immigrazione è molto vecchia. Adesso è in corso un piano di riforma per integrare meglio coloro che arrivano in Cile» ha commentato Francisco Mariano Fernández Amunátegui, ambasciatore del Cile presso la Santa Sede.
L’accoglienza degli stranieri, dei migranti e la sollecitudine verso chi è nel bisogno, nella prospettiva delle opere di misericordia, è stata tuttavia delineata dal Papa non come uno sforzo volontaristico, ma come il segno e l’effetto del cambiamento operato in noi da Cristo: «Lasciamo – ha detto in conclusione della sua omelia – che Gesù possa completare il miracolo, trasformando le nostre comunità e i nostri cuori in segno vivo della sua presenza, che è gioiosa e festosa perché abbiamo sperimentato che Dio-è-con-noi, perché abbiamo imparato a ospitarlo in mezzo a noi». (Stefania Falasca – Avvenire)



