Berlino – A due anni dall’Orso d’oro a Fuocoammmare di Gianfranco Rosi, l’Italia torna sugli schermi di Berlino con la tragedia umanitaria dei rifugiati, ma dietro la macchina da presa di Eldorado, presentato ieri fuori concorso, c’è un regista svizzero, Markus Imhoof, che affronta il tema a partire da un’esperienza personale vissuta da bambino. Nei difficili anni della Seconda Guerra Mondiale la famiglia Imhoff accolse una denutrita ragazzina italiana di otto anni, Giovanna, partecipando a un programma umanitario della Croce Rossa. Dopo qualche tempo la ragazzina venne rimandata in Italia, ma gli Imhoff si diedero da fare privatamente per riaverla tra loro. Su insistenza del governo svizzero Giovanna fu nuovamente costretta a tornare a casa e dopo qualche tempo si ammalò per morire a soli tredici anni. A partire dalla memoria di questa perdita personale, guidato dall’idea che i rifugiati ci sono sempre stati e che una volta fuggivano dall’Europa, il regista conduce lo spettatore in Italia, per seguire le eroiche operazioni di salvataggio di Mare Nostrum e introdurci sia nei campi profughi nel sud del nostro Paese, sia tra i ghetti sorti accanto alle piantagioni di pomodori e governati da un feroce caporalato che impiega i migranti come schiavi nell’agricoltura. Il film rievoca dunque con tenerezza la triste sorte di una bambina il cui destino avrebbe potuto essere molto diverso e disegna un quadro agghiacciante delle disumane condizioni di chi lascia il proprio Paese per raggiungere una terra promessa che coincide con il Nord Europa. L’Italia diventa così un doloroso Purgatorio, luogo intermedio tra l’orrore appena abbandonato e il benessere sognato, spesso popolato però anche da angeli.
«Rosi ed io abbiamo iniziato a girare più o meno contemporaneamente – dice Imhoof, che ai rifugiati aveva già dedicato The Boat is Full, Orso d’Argento nel 1981 –, ma il tema è così ampio che lo si può affrontare molte volte e da diversi punti di vista. Io mi sono concentrato di più sull’ingranaggio nel suo insieme, con un’ottica più panoramica per mostrare come funziona questo sistema che amministra gli stranieri, progettato per respingere i rifugiati. Giovanna è stata la prima “altra” della mia vita, una persona che parlava una lingua diversa e incomprensibile, che è arrivata nella mia famiglia mettendo in discussione il concetto che avevo all’epoca di “io” e “noi”». Girare nel ghetto non è stato difficile. «Ma è stato ancora più complicato farsi aprire le porte dalle istituzioni, che hanno paura di mostrarsi troppo disponibili o troppo inflessibili». La situazione, lo ammette lo steso regista, non è facile, ma è evidente «una grave mancanza di solidarietà che ci porta a decidere delle vite degli altri senza interpellarli. Nessuno poi è responsabile del problema nella sua complessità, così tutti si limitano a guardare i propri piedi e non l’orizzonte di questa crisi, causata da squilibri economici che trasformano i paesi ricchi del nord nell’Eldorado, meta dei meno fortunati disposti a sacrificare la propria vita per raggiungerlo». (Alessandra De Luca – Avvenire)



