Torino – Cuore / Tenebra. Migrazioni tra De Amicis e Conrad, regia di Gabriele Vacis (in scena al Teatro Carignano, a Torino, fino al 10 giugno), è uno spettacolo particolare, poiché ogni recita è preceduta da una breve lezione sul tema migrazioni da “diversi maestri del mondo culturale e scolastico”. La sera della prima per la stampa il maestro che apriva la serata è stato il giornalista Domenico Quirico, che ha svolto una relazione intensa, pregnante, sintetica e commossa su chi egli considera migrante: non colui che provenendo da un altro paese o continente ha un proprio bagaglio tecnico o culturale (sapere usare un computer o svolgere un’attività manuale specifica), ma chi non sa fare nulla, nulla di ciò che serve al sistema della nostra società. Il “migrante inutile”, nudo, che tocchiamo con il guanto, il più disperato, quello che, con calma e passione, Quirico ha definito un dono che noi riceviamo, dalla vita.
Questa parte è la più coerente dello spettacolo. Non è teatro in senso stretto, ma una lezione che entra nel teatro. L’urgenza sociale è il motivo forte da cui ha origine lo spettacolo stesso e, dopo la lezione felice a cui ho assistito, inizia la recita. Qui sorgono dei problemi. A parte il valore dell’interpretazione del bravo Jurij Ferrini, che interpreta con impercettibile quanto necessaria e lodabile ironia il ruolo del maestro nel Cuore di De Amicis, e a parte il fatto che la regia funziona in quanto a tempi, ritmo, movimenti (importanti e accattivanti quelli collettivi anche fuori scena) e che insomma lo spettacolo ha una sua tenuta, c’è un buco. Non da poco.
Il titolo, e il sottotitolo, propongono una rivisitazione scenica del libro di De Amicis e del capolavoro tra i capolavori di Conrad.
Lo spettacolo è iniziato alle 19,40. Fino alle 21,20 tutto De Amicis. Cuore, citato e rielaborato, con interventi di at- tualità riusciti. Alle 21,20 arriva Conrad, per una ventina di minuti (qui non ho cronometrato, ma la sostanza è questa). Del grande libro di Conrad abbiamo una brevissima sintesi di una parte di un viaggio. Peraltro introdotta da un collegamento francamente improbabile: dalla tragicomica guerra coloniale dell’Italia fascista in Eritrea, un ragazzo che si imbarca evoca l’uomo che salpa da Londra, per l’avventura nel “Cuore di tenebra” dell’Africa nera. Del romanzo di Conrad non vi è traccia: chi lo ha letto sa che è la storia, metafora infera, di un marinaio che salpa da Londra, capitale di tutti i mari, verso l’Africa per risalire il fiume Congo, navigando contro corrente, cioè contro natura, come il legno dell’ Ulisse dantesco nel folle viaggio che lo condurrà al naufragio e, giustamente, all’inferno. Ombre, buio inferno, inconsapevoli riti sacrificali.
Cuore di tenebra è un libro sul Fato e sull’azione umana: tra Parche, all’inizio, tre donne inquietanti in una “città sepolcrale” (Bruxelles), poi la risalita contro il corso del fiume Congo, violando la sacralità delle acque dopo avere violato un continente. E, al culmine, il segreto della dannazione di quel viaggio infernale: l’avorio, la massa di zanne di elefante: lo scopo e la brama di ricchezza dell’uomo occidentale, il quale, distruggendo il continente nero, ha oppresso la parte nera (non negativa, bensì oscura, misteriosa, vitale), della propria anima.
Non un accenno a questa avventura tenebrosa, cupamente metafisica. Non si affronta Cuore di tenebra se se ne riassume fuggevolmente un episodio. Sembra citato nel titolo per l’abbinamento del termine “tenebra” alla parola “cuore” (idea valida), ma mentre il romanzo di De Amicis è affrontato, drammatizzato e reso interessante anche a chi non lo apprezza (indubbio merito del regista), Conrad è citato ed eluso. In uno spettacolo che, comunque, sul piano scenico regge e funziona.(Roberto Mussapi – Avvenire)



