Perché l’Italia non è un campo profughi

Milano – Mentre nel Mediterraneo si continua a morire, sulla terraferma tengono banco annunci e propositi di riforma del sistema migratorio da parte del nuovo governo italiano. Sotto la lente ci sono 500mila migranti irregolari (secondo i dati Ismu), oggi in Italia, dopo aver attraversato l’ inferno libico e il mare per fuggire dalle guerre o da una vita in miseria. Migranti che hanno finito per trasformare l’ Italia, secondo le dichiarazioni rilasciate dal nuovo ministro dell’ Interno domenica a Pozzallo, in un grande “campo profughi”. Ma è davvero così? Ecco cosa dicono i numeri ufficiali. Sbarchi in calo del 78%. Sono 11 mesi consecutivi (da quando cioè ltalia e Ue hanno deciso di addestrare la guardia costiera libica per fermare i flussi) che permane il trend in diminuzione degli sbarchi. Nei primi cinque mesi dell’ anno gli arrivi si sono attestati a quota 13.430, il 78% in meno dello stesso periodo del 2017. Se si fa riferimento a quelli provenienti dalla Libia, la diminuzione è ancora più consistente (-84%). Secondo le ultime stime dell’ Onu, sono 660 i migranti morti quest’ anno mentre tentavano di attraversare il Mediterraneo. Più della metà (385) ha perso la vita nella rotta del Mediterraneo centrale, quella che parte dalla Libia e arriva sulle coste italiane. Tre miliardi per i rimpatri. Rimandare in patria i migranti sbarcati sulle nostre coste non solo costa, ma richiederebbe quasi un secolo. Secondo i dati Frontex, gestire una singola pratica di rimpatrio ha un costo medio di 5.800 euro che comprende il volo di linea e l’ accompagnamento della persona nel paese d’ origine. Se si stima che a oggi, in Italia, ci sono circa 500mila immigrati irregolari, un rimpatrio di massa arriverebbe a costare pertanto quasi 3 miliardi di euro. Ma la difficoltà più grande riguarda anche la possibilità di stringere accordi di riammissione con i Paesi del Nord Africa e di farli rispettare. Senza questi, un migrante rimpatriato non viene fatto rientrare nel proprio Paese di origine. Per quanto riguarda inoltre la tempistica, numeri alla mano: se nel 2017 sono stati circa 6mila i migranti rimpatriati, considerando i 500mila ‘irregolari’ sarebbero necessari 83 anni per rivederli tutti ‘a casa loro’. La spesa per i migranti. Quando parla di «5 miliardi di euro», il costo che ammonta per l’accoglienza e la gestione dei migranti sbarcati sulle nostre coste, Salvini fa riferimento alle cifre contenute nel Documento di economia e finanza (Def), lo strumento con cui il governo stabilisce le linee guida da adottare per la finanza pubblica, su base triennale. Nel documento sono anche indicate le previsioni sui costi da sostenere per l’ accoglienza dei migranti nel 2018, considerando anche il calo avvenuto a partire dal 2017. La Corte dei Conti ha evidenziato che, per quanto riguarda il 2016, il costo medio per l’ accoglienza di un singolo migrante va dai 30 euro ai 35 euro giornalieri. Inoltre, la pubblicazione stima che la gestione di ogni domanda di asilo sia costata in media quasi 204 euro, «senza calcolare i costi per le eventuali fasi di giudizio a cui gli immigrati, ricorrendo al gratuito patrocinio, hanno avuto la possibilità di accedere per impugnare i provvedimenti di diniego». Ma non tutti i 5 miliardi sono destinati all’accoglienza. Questa infatti rappresenta una componente importante (circa il 68 per cento), ma non l’ unica, come scrivono gli analisti de Lavoce.info. Le nostre risorse sono impiegate infatti anche per il soccorso in mare, per l’ istruzione e per l’ assistenza sanitaria. Senza contare che, di questi 4,6 miliardi, 80 milioni corrispondono a contributi dell’ Unione europea. In conclusione, per l’ accoglienza dei migranti l’ Italia, spende effettivamente, dai 3 ai 3,5 miliardi di euro. (D. Fassini – Avvenire)