Un seminarista “in Missione”

Roma – Nel 1943, l’abate Godin scrisse il celebre libro Francia, terra di missione? Il libro fece subito scalpore dal momento che si pensava che la missione fosse sempre rivolta ai territori del Sud del mondo o, ancora, a quei territori non evangelizzati, comunque lontani dall’Europa. Pensare alla missione, invece, proprio nel centro dell’Europa, in una nazione di lunghissima tradizione cristiana sembrava quasi impensabile. Parafrasando il titolo dell’opera di Godin, possiamo scrivere oggi: Svizzera, terra di missione? Nel nostro immaginario ci sembra impensabile poter vivere una esperienza missionaria in un paese occidentale ed europeo come la Svizzera. Solitamente pensiamo che la missione sia un andare in luoghi lontani per portare il Vangelo, anzi più un posto è lontano più i missionari, nella mentalità comune, sono visti come degli eroi. Ma la missione non è propriamente questo. Missione è rintracciare in una cultura la presenza viva di Cristo e del suo Vangelo. In questa prospettiva, allora, ogni terra diventa missione, persino noi stessi. D’altronde la stessa natura della Chiesa è missionaria proprio perché aperta ad ogni cultura, proprio perché ricerca in ogni cultura e in ogni popolo la presenza di Cristo Risorto. In questa prospettiva, allora, anche la Svizzera può essere una terra di missione. Prima di tutto per la sua cultura e la sua storia che affondano le radici nel cristianesimo cattolico prima e in quello riformato poi. In secondo luogo per la particolarità della storia svizzera e del popolo svizzero. Infatti, la caratteristica della Svizzera è quella di essere un paese plurale, tanto da poter distinguere una Svizzera francese, una Svizzera italiana, una Svizzera tedesca. A questo si aggiunge la forte immigrazione che la Svizzera ha vissuto durante tutta la sua storia e, soprattutto, negli anni Sessanta del secolo scorso. Tanto da rendere la Svizzera una terra di passaggio, una terra di frontiera. Così non possiamo più parlare di una cultura ma di una pluralità di culture e di popoli che attraversano uno stesso suolo e che convivono insieme. Con questo tessuto sociale si confronta la missione in terra Svizzera. Oltre alla pluralità delle culture, come abbiamo già accennato, una missione in terra Svizzera ha bisogno di confrontarsi anche con la Chiesa Riformata, dal momento che, proprio in quei luoghi, è nato il movimento di Riforma prima con Lutero e dopo con Zwingli. 

L’idea stessa di missione come portare il Vangelo, allora, inizia a vacillare, poiché in quelle terre è già presente il primo annuncio del Vangelo. L’idea di missione cambia prospettiva, diviene dialogo e confronto con una pluralità di culture, anche le più disparate e contrapposte. La Svizzera è terra di missione proprio perché ci permette di andare oltre l’idea di essere i primi annunciatori del Vangelo e ci apre al dialogo, al cambio di prospettiva, all’accordo o al disaccordo, a discernere ciò che è buono e ciò che è dannoso. Per questo, non si può affrontare la missione in Svizzera, come in qualsiasi altro paese europeo, senza una apertura mentale, senza conoscere le lingue, senza essere disposti a mettersi sempre e comunque in discussione. Inoltre, la particolarità di una missione in Svizzera, rispetto ad una missione nei Sud del mondo, è quella del confronto con il secolarismo. Per secolarismo, molto spesso intendiamo una società in cui non c’è più una identità religiosa, dove la maggioranza o si professa atea o agnostica o semplicemente non credente. A mio parere, dopo la missione in Svizzera, il secolarismo è una semplice invenzione di chi non accetta di vivere il proprio secolo, perché il secolarismo vuol dire vivere l’epoca in cui si nasce e la nostra epoca è caratterizzata da un cristianesimo che non rispecchia più la societas christiana. Allora, bisogna rimettersi in cammino, bisogna ritornare all’essenziale della vita cristiana e comunitaria in questa storia, in cui Gesù si è fatto carne. 

Un ulteriore passo avanti nella riflessione è dato dal fatto che ho vissuto la mia esperienza nella Missione Cattolica di Lingua Italiana a Winterthur. La particolarità di una missione di lingua italiana è quella di rivolgersi ad una comunità italiana, ovviamente. Ma essere una comunità italiana, fuori dall’Italia, significa essere una comunità migrante. La prima ondata migratoria italiana in Svizzera si è avuta negli anni Sessanta, quando il Paese aveva bisogno di grande manodopera che ha portato molti a tentare la fortuna oltre le Alpi. In seguito alla prima ondata migratoria ce ne sono state delle altre, mentre i figli dei primi migranti si sono inseriti nel contesto e nel territorio svizzero, in cui le tradizioni italiane sembrano sfumare con il passare delle generazioni, anche se rimane comunque un contatto con l’Italia. La prima ondata migratoria è fatta, sostanzialmente, di operai e manovali, per cui la Chiesa Italiana pensò un aiuto e un sostegno in tutti i campi, dal religioso al sociale. Così, oggi, con il passaggio già della quarta generazione di italiani migranti, la Missione cattolica di lingua italiana è ancora una presenza importante per gli italiani all’estero, ma anche un elemento di integrazione e di collaborazione con la chiesa cattolica locale. Infatti, molti italiani frequentano sia le comunità parrocchiali svizzere sia la missione italiana, mantenendo questo duplice rapporto che difficilmente possiamo comprendere in quanto siamo legati maggiormente ad una sola parrocchia. La Missione Italiana permette alle persone di mantenere questa duplice identità svizzera e italiana, senza grandi problemi. La particolarità della missione di lingua italiana, quindi, è quella di essere una missione per migranti, una missione per gente che, in origine, non è di quel territorio, ma ha vissuto un passaggio in quel territorio. E, passando, si è mescolata con la gente del luogo, prendendo tradizioni, lasciando le proprie, reinterpretando la propria fede, perdendola o ritrovandola in altre forme. Inoltre, una missione per i migranti ci permette di comprendere ancora meglio come la nostra epoca sia segnata dalla mobilità e tutti siamo, in misura diversa, migranti. Molto spesso pensiamo che i migranti siano solo quelle persone che provengono dal continente africano a bordo di un barcone. Non ci accorgiamo che c’è tutto un mondo intorno a noi che si muove, che è di passaggio, che vive una polarità fra le proprie radici e il cammino davanti. Forse questa è una delle sfide della Chiesa tutta nei prossimi decenni, nel ripensare una pastorale non solo radicata in un territorio, ma anche negli ambienti di vita delle persone. Ripensare la missione, ripensare le migrazioni, significa ripensare l’essere umano nel suo contesto attuale, nella sua condizione di oggi, una sfida per la pastorale e per la Chiesa tutta. (Matteo Salòs Losapio)