Palermo – «Siamo tutti sulla stessa barca» si legge nello striscione che precede le barche di cartone, colorate con i fiori che incedono lungo la navata della Cattedrale di Palermo trasformata nella casa di tutti i popoli. «Il pericolo è la rabbia. Oggi sembra che la chiusura, lo stare serrati siano la soluzione. Se chiudiamo i porti, siamo dei disperati. La Chiesa non può restare in silenzio. La relazione è l’unica strada. Non è questione di accoglienza, di essere buoni, ma di essere giusti. Con questa visione contrasta il decreto Sicurezza, che mette in situazione di insicurezza, sulla strada, i più deboli». Una critica esplicita quella di Mario Affronti, che con padre Sergio Natoli guida l’Ufficio Migrantes di Palermo e organizza ogni anno per l’Epifania la Messa dei popoli. Canti in otto lingue, preghiere in 15 idiomi, abiti di ogni foggia e colore. L’arcivescovo mons. Corrado Lorefice sottolinea l’importanza di questi segni. «È Lui che ci raduna, il Figlio che è venuto a renderci tutti figli, facendosi uno di noi, fragile come noi, scegliendo una famiglia umana, assaporando sin dai primi giorni un senso di precarietà». Quindi il richiamo. «Ogni uomo che attraversa il Mediterraneo perché scappa dalla povertà e dalla guerra, generate anche da chi abita nella parte occidentale del pianeta, è figlio di Dio». E avverte: «Domani potrebbero rimproverarci di non aver annunciato il Vangelo di Gesù: cristiani, perché non avete detto che ogni uomo è figlio di Dio? Avremmo una grande responsabilità, la stessa che si è consumata durante l’Olocausto, forse peggio perché oggi è tutto sotto i nostri occhi». Eppure «oggi l’Europa sta avendo paura di quaranta persone». (Alessandro Turrisi)



