Sacrofano – Pubblichiamo il testo integrale dell’omelia di Papa Francesco che ha aperto il meeting “liberi dalla paura” promosso da Caritas Italiana, Fondazione Migrantes e Centro Astalli…
La ricchezza delle Letture scelte per questa celebrazione eucaristica
può essere riassunta in una sola frase: “Non abbiate paura”.
Il brano del Libro dell’Esodo ci ha presentato gli Israeliti presso il Mar Rosso, terrorizzati dal fatto
che l’esercito del Faraone li ha inseguiti e sta per raggiungerli.
Molti pensano: era meglio rimanere in Egitto e vivere come schiavi
piuttosto che morire nel deserto. Ma Mosè invita il popolo a non avere
paura, perché il Signore è con loro: «Siate forti e vedrete la
salvezza del Signore, il quale oggi agirà per voi» (Es 14,13). Il
lungo viaggio attraverso il deserto, necessario per giungere alla
Terra promessa, comincia con questa prima grande prova. Israele è
chiamato a guardare oltre le avversità del momento, a superare la
paura e riporre piena fiducia nell’azione salvifica e misteriosa del
Signore. Nella pagina del Vangelo di Matteo (14,22-33), i discepoli
restano turbati e gridano per la paura alla vista del Maestro che
cammina sulle acque, pensando che sia un fantasma. Sulla barca agitata
dal forte vento, essi non sono capaci di riconoscere Gesù; ma Lui li
rassicura: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!» (v. 27). Pietro,
con un misto di diffidenza ed entusiasmo, chiede a Gesù una prova:
«Comandami di venire verso di te sulle acque» (v. 28). Gesù lo chiama.
Pietro fa qualche passo, ma poi la violenza del vento lo impaurisce di
nuovo e comincia ad affondare. Mentre lo afferra per salvarlo, il
Maestro lo rimprovera: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?» (v.
31). Attraverso questi episodi biblici, il Signore parla oggi a noi e
ci chiede di lasciare che Lui ci liberi dalle nostre paure. “Liberi
dalla paura” è proprio il tema scelto per questo vostro incontro.
“Liberi dalla paura”. La paura è l’origine della schiavitù: gli
israeliti preferirono diventare schiavi per paura. È anche l’origine
di ogni dittatura, perché sulla paura del popolo cresce la violenza
dei dittatori. Di fronte alle cattiverie e alle brutture del nostro
tempo, anche noi, come il popolo d’Israele, siamo tentati di
abbandonare il nostro sogno di libertà. Proviamo legittima paura di
fronte a situazioni che ci sembrano senza via d’uscita. E non bastano
le parole umane di un condottiero o di un profeta a rassicurarci,
quando non riusciamo a sentire la presenza di Dio e non siamo capaci
di abbandonarci alla sua provvidenza. Così, ci chiudiamo in noi
stessi, nelle nostre fragili sicurezze umane, nel circolo delle
persone amate, nella nostra routine rassicurante. E alla fine
rinunciamo al viaggio verso la Terra promessa per tornare alla
schiavitù dell’Egitto. Questo ripiegamento su sé stessi, segno di
sconfitta, accresce il nostro timore verso gli “altri”, gli
sconosciuti, gli emarginati, i forestieri – che peraltro sono i
privilegiati del Signore, come leggiamo in Matteo 25. E questo si nota
particolarmente oggi, di fronte all’arrivo di migranti e rifugiati che
bussano alla nostra porta in cerca di protezione, sicurezza e un
futuro migliore. È vero, il timore è legittimo, anche perché manca la
preparazione a questo incontro. Lo dicevo l’anno scorso, in occasione
della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato: «Non è facile
entrare nella cultura altrui, mettersi nei panni di persone così
diverse da noi, comprenderne i pensieri e le esperienze. E così,
spesso, rinunciamo all’incontro con l’altro e alziamo barriere per
difenderci». Rinunciare a un incontro non è umano. Siamo chiamati
invece a superare la paura per aprirci all’incontro. E per fare questo
non bastano giustificazioni razionali e calcoli statistici. Mosè dice
al popolo di fronte al Mar Rosso, con un nemico agguerrito che lo
incalza alle spalle: «Non abbiate paura», perché il Signore non
abbandona il suo popolo, ma agisce misteriosamente nella storia per
realizzare il suo piano di salvezza. Mosè parla così semplicemente
perché si fida di Dio. L’incontro con l’altro, poi, è anche incontro
con Cristo. Ce l’ha detto Lui stesso. È Lui che bussa alla nostra
porta affamato, assetato, forestiero, nudo, malato, e carcerato,
chiedendo di essere incontrato e assistito. E se avessimo ancora
qualche dubbio, ecco la sua parola chiara: «In verità io vi dico:
tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più
piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Può essere compreso in questo
senso anche l’incoraggiamento del Maestro ai suoi discepoli:
«Coraggio, sono io, non abbiate paura!» (Mt 14,27). È davvero Lui,
anche se i nostri occhi fanno fatica a riconoscerLo: coi vestiti
rotti, con i piedi sporchi, col volto deformato, il corpo piagato,
incapace di parlare la nostra lingua… Anche noi, come Pietro,
potremmo essere tentati di mettere Gesù alla prova, e di chiedergli un
segno. E magari, dopo qualche passo titubante verso di Lui, rimanere
nuovamente vittime delle nostre paure. Ma il Signore non ci abbandona!
Anche se siamo uomini e donne “di poca fede”, Cristo continua a
tendere la sua mano per salvarci e permettere l’incontro con Lui, un
incontro che ci salva e ci restituisce la gioia di essere suoi
discepoli. Se questa è una valida chiave di lettura della nostra
storia di oggi, allora dovremmo cominciare a ringraziare chi ci dà
l’occasione di questo incontro, ossia gli “altri” che bussano alle
nostre porte, offrendoci la possibilità di superare le nostre paure
per incontrare, accogliere e assistere Gesù in persona. E chi ha avuto
la forza di lasciarsi liberare dalla paura, chi ha sperimentato la
gioia di questo incontro è chiamato oggi ad annunciarlo sui tetti,
apertamente, per aiutare altri a fare lo stesso, predisponendosi
all’incontro con Cristo e la sua salvezza. Fratelli e sorelle, si
tratta di una grazia che porta con sé una missione, frutto di
affidamento completo al Signore, che è per noi l’unica vera certezza.
Per questo, come singoli e come comunità, siamo chiamati a fare nostra
la preghiera del popolo redento: «Mia forza e mio canto è il Signore,
egli è stato la mia salvezza» (Es 15,2).



