Cremona: se il patrono sprona tutti all’accoglienza

Cremona – Leggendo la vita di S. Omobono, Patrono di Cremona, colpisce sempre lo stile e la testimonianza aperta all’ospitalità, al punto tale che la sua casa diventa un ospitium, un luogo per i poveri e gli ultimi, anche forestieri. Ma ancora di più, nell’itinerario di vita del Santo patrono, colpisce come in una città chiusa, in difesa, tra lotte interne ed esterne, egli propone di superare la conflittualità sociale e di creare dei luoghi di ospitalità, primo fra tutti l’ospedale.

Un messaggio quanto mai attuale, anche in mutate condizioni storiche e sociali.

Oggi le nostre famiglie, le nostre città sono interpellate a leggere una storia nuova di migrazioni, soprattutto di richiedenti asilo e rifugiati, che approdano sulle nostre coste e arrivano tra noi. Sono 480.000 le persone che tra il 2014 e il 10 novembre 2016 sono sbarcate e circa 170.000 quelle che si sono fermate in Italia e presenti in circa 7.000 strutture – di prima e seconda accoglienza – nelle città e nei paesi in Italia. Oltre 30.000 sono i migranti oggi ospitati in oltre 3.000 strutture ecclesiali. Anche Cremona vede luoghi e storie di ospitalità civile ed ecclesiale, che continuano a indicarla come la «capitale della carità» – per usare una espressione cara al giornalista cremonese Fiorino Soldi – , ma con una fatica maggiore. False informazioni, desiderio di consenso facile, paure rischiano di incrinare una straordinaria storia di carità anche nella nostra terra. Troppi Comuni non pensano a un progetto SPRAR; anche le parrocchie faticano a inventare e sollecitare storie familiari di ospitalità; cresce l’indifferenza nei confronti di vicende che se conosciute, aprirebbero il cuore e la mente; si moltiplicano facili giudizi; si alimenta con iniziative pubbliche la contrapposizione e la conflittualità sociale; si dimenticano le responsabilità di 35 guerre in atto, di terre sfruttate economicamente da multinazionali occidentali, di un creato violato e che costringe ad abbandonare la propria terra. Si preferisce lasciar morire lentamente le nostre città – a Cremona a 10 nascite corrispondono 14 morti e in provincia a 7 nascite corrispondono 11 morti – anziché aprirsi all’ospitalità di giovani, a ripensare la città con nuovi spazi ed esperienze aggregative, nuovi luoghi e strumenti di mediazione sociale e culturale. S. Omobono, con il suo stile di ospitalità, il suo interesse per la vita della città, il suo amore per la pace ci indica anche oggi una strada per «governare» una situazione che se lasciata a paure, pregiudizi e luoghi comuni rischia di non dare futuro e speranza a persone in fuga da 65 paesi del mondo, ma soprattutto ai giovani, alle famiglie delle nostre città e dei nostri paesi. (Mons. Gian Carlo Perego – CremonaSette)