Città del Vaticano – I migranti che arrivano in Europa “scappano dalla guerra o dalla fame. E noi siamo in qualche modo colpevoli perché sfruttiamo le loro terre ma non facciamo alcun tipo di investimento affinché loro possano trarre beneficio. Hanno il diritto di emigrare e hanno diritto ad essere accolti e aiutati”. A dirlo nuovamente è oggi Papa Francesco in una lunga intervista rilasciata al mensile della strada “Scarp de’ tenis” voluto dalla Caritas ambrosiana e distribuito a Milano dai senza fissa dimora. Tra questi anche molti migranti. L’accoglienza – dice il papa nell’intervista diffusa oggi dalla sala Stampa della Santa Sede – “si deve fare con quella virtù cristiana che è la virtù che dovrebbe essere propria dei governanti, ovvero la prudenza”. Cosa significa? Significa – spiega – “accogliere tutti coloro che si ‘possono’ accogliere. E questo per quanto riguarda i numeri. Ma è altrettanto importante una riflessione su ‘come’ accogliere. Perché accogliere significa integrare. Questa è la cosa più difficile perché se i migranti non si integrano, vengono ghettizzati”.
Papa Francesco ricorda l’attentato all’aeroporto di Bruxelles del 22 marzo 2016: “questi ragazzi erano belgi, figli di migranti ma abitavano in un quartiere che era un ghetto” e poi il suo viaggio a Lesbo da dove “sono venuti con me in Italia tredici persone” migranti: “al secondo giorno di permanenza i bambini già frequentavano le scuole. Poi in poco tempo hanno trovato dove alloggiare, gli adulti si sono dati da fare per frequentare corsi per imparare la lingua italiana e per cercare un qualche lavoro. Certo, per i bambini è più facile: vanno a scuola e in pochi mesi sanno parlare l’italiano meglio di me. Gli uomini hanno cercato un lavoro e l’hanno trovato. Integrare allora – ha detto il pontefice – vuol dire entrare nella vita del Paese, rispettare la legge del Paese, rispettare la cultura del Paese ma anche far rispettare la propria cultura e le proprie ricchezze culturali. L’integrazione è un lavoro molto difficile”. Il Papa rico0rda ancora la Svezia: su una popolazione di 9 milioni di abitanti 890 mila sono nuovi svedesi, cioè “migranti o figli di migranti integrati. Il Ministro della cultura Alice Bah Kuhnke è figlia di una donna svedese e di un uomo proveniente dal Gambia. Questo è un bell’esempio di integrazione. Certo ora anche in Svezia si trovano in difficoltà: hanno molte richieste e stanno cercando di capire cosa fare perché non c’è posto per tutti. Ricevere, accogliere, consolare e subito integrare. Quello che manca è proprio l’integrazione. Ogni Paese allora deve vedere quale numero è capace di accogliere. Non si può accogliere se non c’è possibilità di integrazione”. E poi nel suo Pese natale, l’Argentina, dove vivono molti migranti, la maggioranza italiana, spagnola, polacca, mediorientale, russa, tedesca, croata, slovena. Negli anni a cavallo dei due secoli precedenti il fenomeno migratorio “è stato di enorme portata. Mio papà era ventenne quando è arrivato in Argentina e lavorava alla Banca d’Italia, si è sposato là”, ricorda oggi: “i miei nonni e mio papà avrebbero dovuto partire alla fine del 1928, avevano il biglietto per la nave ‘Principessa Mafalda’, nave che affondò al largo delle coste del Brasile. Ma non riuscirono a vendere in tempo quello che possedevano e così cambiarono il biglietto e si imbarcarono sulla ‘Giulio Cesare’ il 1 febbraio del 1929. Per questo sono qui”.
Nell’intervista papa Bergoglio parla anche dell’elemosina sottolineando che “un aiuto ai poveri è sempre giusto. Certo non è una buona cosa – ha detto – lanciare al povero solo degli spiccioli. È importante il gesto, aiutare chi chiede guardandolo negli occhi e toccando le mani. Buttare i soldi e non guardare negli occhi, non è un gesto da cristiano”. (Raffaele Iaria)



