Modello Sprar: sindaci avanti piano

Milano – Solo un sindaco su sette in Italia ha risposto ‘presente’ alla chiamata del governo in materia migratoria. Ancora troppo poco per incidere sul sistema di accoglienza, almeno rispetto alle attese del Viminale che punta chiaramente, come ha dichiarato il ministro dell’Interno Marco Minniti ad Avvenire, al ridimensionamento dei grandi centri.

Il rapporto tra i Comuni che hanno aderito volontariamente al sistema Sprar, unanimamente considerato ‘un modello’ da enti locali e terzo settore, e quei centri che invece ospitano migranti su indicazione prefettizia resta ancora negativo. Quota 1.000 (i primi) contro quota 2.800 Cas, Centri di accoglienza straordinaria (i secondi). Eppure le risposte che arrivano dal territorio vanno nella direzione opposta: i ghetti con migliaia di persone ammassate in strutture omnicomprensive e poco controllate non funzionano e sono sinonimo di inefficienza, mentre le strutture a ospitalità diffusa rappresentano esempi da seguire, come suggeriva fin da dopo la guerra in Libia la Caritas, la prima a pensare a un sistema di accoglienza virtuoso.

Il disegno del governo è noto: i primi cittadini dicano sì al Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati e in cambio potranno contare su una distribuzione degli arrivi nel territorio nella misura del due virgola cinque per mille. In un centro di 10mila abitanti, dunque, verrebbero inseriti 25 profughi, non uno di più. Basta un gesto di responsabilità da parte degli amministratori, ma il tema è quanto mai impopolare. Secondo un sondaggio Swg reso noto dall’Anci, l’associazione dei Comuni, soltanto il 4% degli italiani ritiene l’integrazione degli immigrati un servizio cruciale per rendere le città più vivibili. Meglio parlare di aree verdi e riduzione del traffico, argomenti che procurano consensi immediati.

«Eppure i primi cittadini sono ormai consapevoli che occorre muoversi nella direzione degli Sprar. Il loro numero? È in crescita, anche se si può fare di più» spiega Matteo Biffoni, sindaco di Prato e delegato Anci per l’immigrazione. Al momento, sono oltre 30mila gli stranieri beneficiari dei progetti sul territorio. «Chi fa lo Sprar resta fuori dai bandi della prefettura e questo sta diventando un incentivo fortissimo per i primi cittadini nell’assumersi le proprie responsabilità». È sufficiente ricordare le serrate di tanti piccoli centri contro le direttive prefettizie (i casi di Goro e Gorino) e, inversamente, le tante reti virtuose create da piccoli centri, in Veneto, Emilia Romagna e Lombardia, per ribadire la validità del ‘modello Sprar’: il ruolo di regia del Comune fa la differenza, senza dimenticare la necessità di individuare un ente gestore affidabile e riconosciuto, in grado di valorizzare le realtà presenti sul territorio, a partire dalle associazioni per arrivare alle parrocchie. La differenza sta proprio nella qualità dei servizi offerti ai richiedenti asilo, che da ospiti sopportati possono trasformarsi in risorse per i paesi che li accolgono, attraverso attività di volontariato sociale, lavori di pubblica utilità, corsi di apprendimento della lingua italiana. (Diego Motta)