La Calabria che accoglie: dal mare alla normalità

Reggio Calabria – Un fardello di violenza e soprusi. Spesso è carico di questi sentimenti il peso che grava sulle spalle di quante e di quanti decidono di cambiare vita, imbarcandosi sulle zattere della speranza. Uomini e donne, spesso, vittime di sfruttamento e iniquità sociale. Ma che – grazie ad una fitta rete di solidarietà – riescono a riconquistare la loro dignità di essere umano.

Capita a Blessing, ventenne nigeriana, che oggi vive allo Sprar di Calanna. Con lei la figlia e il marito. Una storia, la sua, di ordinaria tratta. Partita dalla Nigeria è giunta in Italia dopo il calvario della Libia e della violenza sessuale. Nel suo grembo una nuova vita: tanta paura e tempi difficili fin quando non incontra un uomo che la ama. Adesso sta ricostruendo la sua “normalità” e per farlo calca il campo di calcetto dell’associazione di volontariato “Angeli Bianchi”.

Il campionato è quello del Csi, dove Blessing disputerà le sue prime partite in Italia. Una passione quella per il calcio che nutre sin da bambina, ma che ha dovuto far assopire vista la necessità di dover andare a lavorare troppo presto per aiutare la sua famiglia.

”Angeli Bianchi” sviluppa un progetto molto prezioso: infatti, accanto all’attività sportiva, le atlete–volontarie fanno visita ai bimbi ricoverati nel reparto di pediatria vestiti da clown. La storia di Blessing è una delle tante che si intrecciano al PalaCsi di Gallina che è la “casa” della “ReggioAColori”, formazione sperimentale che mixa l’allenamento allo studio nello spogliatoio.

Un’attività che ha avuto anche una gemmazione. Il bene si moltiplica, così a Porelli nella struttura gestita dall’Ats Filoxenia è nata la “BagnaraAColori” con i minori non accompagnati del Centro di primissima accoglienza. Nello stesso fine settimana in cui Blessing faceva il suo esordio in campo, nella parrocchia di Archi, don Pietro Sergi battezzava un piccolo cristiano. Si tratta del figlio di un amore straordinario che ha superato barriere e difficoltà. I genitori dell’infante sono nigeriani ed hanno vissuto anch’essi il dramma del lungo viaggio fino all’Italia. Una coppia in cammino, nel senso pieno del termine, che si è conosciuta e scelta durante questo percorso. Poi l’arrivo nel nostro Paese e la divisione: il papà a Firenze, la madre a Reggio Calabria, accolta a Casa “Padre Guido Reghellin”, il centro di accoglienza che accoglie donne in difficoltà con figli minori.

Incontriamo una donna giovane, segnata nel corpo e nell’anima, della sofferenza di un vero e proprio inferno vissuto a Tripoli. C’è una stufa alogena a riscaldare l’ambiente, ma il suo racconto raggela l’anima. La sua condizione di richiedente asilo chiede riserbo, ma riusciamo grazie ad Anne, volontaria dell’Help Center, a parlarle. Ci racconta della spirale di violenza in cui è caduta, una volta attraversata a piedi il Niger per giungere nel Sahara, dove un camion ha caricato le ragazze di Belin per portarle in Libia. Lì la riduzione in schiavitù con un uomo. Sono ricordi forti, quelli di questa giovane donna, strazianti.

C’è una luce nel suo cammino: l’incontro con il suo compagno. Un momento di serenità che – apparentemente – è cancellato dal mare. L’uomo raggiungerà l’Italia, precisamente Firenze nel maggio 2016, per la giovane – invece – si aprono le porte di una prigionia insensata.

Sei mesi mangiando solo pane e acqua, come ci racconta. Eppure nel suo grembo c’era vita: un bambino nato dopo la fuga da quella prigione e il suo approdo in Calabria grazie al ristoro di Casa Reghellin. Adesso è madre e presto costruirà la sua famiglia da donna ferita, ma libera. (Federico Minniti)