Modica – Ci sono donne straniere che vivono in Sicilia da vent’anni e non riescono a esprimersi in italiano. E dietro le sbarre i detenuti di un’altra lingua e un’altra cultura sembrano condannati a scontare una pena doppia, nell’incapacità assoluta di comunicare con gli altri. La terra di missione è la porta accanto e sono proprio i missionari di lungo corso, con intense esperienze in Africa e Asia, ad aver capito che è il momento di agire in Sicilia, nella zone degli arrivi continui di migranti, per accompagnare chi giunge da luoghi lontani e difficili. È nata a Modica, diocesi di Noto, nell’estremo lembo meridionale dell’isola, una comunità missionaria intercongregazionale, con quattro religiosi di congregazioni diversi, due uomini e due donne, che parlano la “lingua” dei migranti che sbarcano a pochi chilometri di distanza, al porto di Pozzallo.
L’idea ha radici lontane. Nel febbraio 2013, gli Istituti missionari in Italia organizzarono a Trevi un forum per riflettere insieme come “Educare ed educarsi alla missione”. La prima idea fu quella di costituire una comunità a Lampedusa, ma era stata accantonata, perché l’isoletta era un luogo di approdo, i migranti vi rimanevano per poco tempo. L’obiettivo rimaneva, però, la Sicilia. A novembre del 2015 padre Gianni Treglia, missionario della Consolata, e suor Giovanna Minardi, dell’Immacolata, già destinati a tale progetto, si sono stabiliti proprio in Sicilia e la diocesi di Noto ha aperto loro le “porte”. Nel frattempo si sono aggiunti padre Vittorio Bonfanti, missionario d’Africa, e suor Raquel Soria, della Consolata. E un anno fa la comunità si è stabilita nella casa attigua al Santuario della Madonna delle Grazie, a Modica, messa a disposizione dal parroco e dalla diocesi. La comunità è accompagnata dai collaboratori della Caritas diocesana, così come di Migrantes e Centro diocesano missionario. L’esperienza di missione, la conoscenza di varie lingue (suor Giovanna parla il cinese, padre Vittorio la lingua bambara, suor Rachele swahili e spagnolo), rappresentano canali privilegiati per entrare in contatto con i migranti arrivati in Italia.
Ognuno ha la sua storia e quel vissuto rappresenta un “ponte” di comunicazione. Padre Vittorio Bonfanti per tantissimi anni ha vissuto in Mali. Lì i musulmani sono l’85 per cento, i cristiani appena il 2 per cento. «Qui in Sicilia sono andato in una comunità che accoglie migranti – spiega padre Vittorio –. C’era una donna che se ne stava sempre seduta, in silenzio, testa bassa. Quando sono arrivato ho parlato la sua lingua, lei si è alzata, mi ha sorriso: è stato come se riprendesse a vivere». A volte, però, non c’è bisogno di conoscere l’idioma parlato dal migrante, basta solo la consapevolezza di chi conosce la potenza dell’amore. Padre Gianni racconta: «In ospedale c’era un ragazzo ricoverato da più di due mesi: come nome era stato riportato “ignoto” e accanto un numero. Sono entrato in stanza, pochi minuti dopo sono uscito e ho dato al personale dell’ospedale il nome e alcuni dati del ragazzo. Che lingua ho parlato? Nessuna. Gli ho detto come mi chiamavo, gli ho sorriso, e ho parlato con lui». Padre Gianni Treglia è salentino di nascita. Nel 1995, dopo l’ordinazione sacerdotale, la partenza per la Tanzania, fino al 2011. Ha un desiderio: un centro giovanile per minori a Pozzallo. Suor Giovanna Minardi ha trascorso moltissimi anni in Asia: 21 anni a Hong Kong e quattro in Cina. «Ci siamo accorti – dice suor Giovanna – che ci sono diverse persone che vivono qui anche da vent’anni, ma non parlano una parola d’italiano. La scuola allora diventa un’occasione importante». Suor Rachele Soria è argentina d’origine, per tanti anni ha vissuto in Kenya, coi bambini e i ragazzi abbandonati e abusati, con i carcerati abbandonati. Ora, a Noto, dove c’è una struttura carceraria, vuole rendersi presenza concreta dell’amore di Dio e dei fratelli con quanti vivono in carcere.
Nei giorni scorsi, per celebrare il primo anno di presenza a Modica, si è tenuto un incontro alla Casa don Puglisi, con le mamme e gli operatori. «La cosa più spontanea – afferma il direttore della Caritas diocesana, Maurilio Assenza – è stata quella di vivere questo primo anno nella nostra casa. Quello che c’è qua, va ricordato, non è stato costruito da noi, ci è stato donato da Dio». (A.Turrisi – Avvenire)



