Torino: a fuoco il campo nomadi

Torino – Un incendio nel campo rom di via Germagnano, a Torino, ha fatto riemergere tensioni latenti con i residenti dei quartieri limitrofi. Secondo le ricostruzioni, nella notte tra mercoledì e giovedì, sarebbe stato nuovamente acceso un rogo per bruciare rifiuti e materiale plastico: un fumo nero, acre, si è immediatamente alzato nell’aria, rendendo l’atmosfera irrespirabile. Non è la prima volta che accade. Una cinquantina di residenti del quartiere Rebaudengo, definendosi «esasperati», è allora scesa in strada e ha bloccato il traffico della strada ad alta percorrenza lì vicino, tentando poi di entrare nel campo rom. Solo l’intervento dei poliziotti, schierati davanti all’ingresso in tenuta antisommossa, ha impedito che la tensione salisse ulteriormente, fino a un vero e proprio scontro. I roghi sono stati spenti dai Vigili del fuoco ma, nel frattempo, alcuni residenti hanno anche provato a distruggere delle baracche che si trovano ai limiti del campo. «La situazione è insostenibile e la zona è completamente degradata. Abbiamo paura per la nostra sicurezza personale – dicono i residenti della zona – e, a causa di questi roghi, temiamo anche per la nostra salute». A fine marzo, in realtà, il Consiglio Comunale di Torino aveva approvato all’unanimità un ordine del giorno che invitava Sindaca e Giunta comunale ad attivarsi presso la Regione Piemonte affinché fosse «individuato un adeguato piano di biomonitoraggio su un campione di cittadini residenti in aree adiacenti le baraccopoli torinesi – dove vengono spesso appiccati incendi per bruciare materiali di composizione eterogenea – e un campione di residenti in aree più lontane dai roghi tossici». Si chiedeva anche di monitorare chi lavora o fa volontariato nella zona. Intanto, il lavoro per l’integrazione continua, pur tra mille difficoltà. Don Claudio Curcetti è stato missionario in Africa e ora fa parte dell’Ufficio pastorale migranti (Migrantes) dell’Arcidiocesi di Torino. Da quattro anni si occupa di questo tema: «A Torino l’anno scorso si è già liberato un altro campo rom in Lungo Stura e, come diocesi, ci siamo impegnati insieme alle istituzioni per collocare diverse famiglie in delle vere case. Anche in questo caso è necessario seguire la stessa modalità, puntando sui giovani e sulla scolarizzazione. Il solo sgombero non serve a nulla, se non a spostare i problemi da un’altra parte. Noi ci stiamo impegnando per trovare loro una casa, ma sarà comunque necessario continuare a seguirli, in un vero processo di integrazione». (Danilo Poggio – Avvenire)