Agrigento – Da un anno e mezzo sono presenti, nella diocesi di Agrigento, tre suore del Progetto Intercongregazionale della Unione Internazionale delle Superiore Generali. Queste hanno declinato un Progetto Migranti Sicilia, nato in risposta all’appello di Papa Francesco ai religiosi dopo il primo
dei tanti naufragi a Lampedusa.
Le incontriamo nel loro appartamento, nel centro storico di Agrigento. Ad accoglierci con la cordialità di sempre sr. Vicky della Repubblica Democratica del Congo, sr Mària della Polonia e sr Lemlem dell’Eritrea. Le conosciamo da quando sono arrivate e più volte abbiamo avuto occasione di uno scambio sul tema che sta a cuore a loro e a noi Missionarie Secolari Scalabriniane: la presenza di migranti, ospiti soprattutto nelle comunità di prima e seconda accoglienza ad Agrigento. Le tre suore partecipano mensilmente all’incontro del Coordinamento Migranti, una sorta di riunione di aggiornamento che il Servizio Migrantes propone a persone ed istituzioni diocesane che, a diverso titolo e in modo diverso, operano a contatto con i nuovi arrivati di altra nazionalità.
Siete qui per un Progetto molto particolare: di che cosa si tratta?
Siamo qui ad Agrigento perché l’arcivescovo Francesco (il card. Montenegro, ndr) ha accettato di accoglierci nella sua diocesi, chiedendoci di essere una comunità che sia testimonianza del vivere insieme da diverse paesi, culture, congregazioni: “Il più importante non è quello che farete ma la
testimonianza della vostra vita comune”.
Siete infatti di nazionalità e congregazioni diverse, con carismi diversi. Non è una sfida?
A volte questa testimonianza è una missione in sé stessa. Può anche diventare un messaggio forte ed incoraggiante e un invito a credere che l’esperienza della Pentecoste può essere ancora viva e presente nella nostra realtà attuale. Nel vivere unite con differenti nazionalità, spiritualità, culture, etnie, lingue cerchiamo di essere ponte tra il popolo che ci accoglie e i migranti che provengono da
tante culture, etnie, religioni e paesi diversi. Nel servizio, mettiamo insieme le ricchezze dei nostri carismi, culture, esperienze per il bene della missione e di quelli di cui ci prendiamo cura. Ma non è sempre facile. Ciascuna di noi deve dare il meglio di sé perché questa comunità diventa ogni giorno
una Betania per noi e per quelli che si avvicinano a noi. Attualmente siamo in tre ad Agrigento, ma altre due comunità fanno parte del progetto: una a Caltanissetta e una a Ramacca (diocesi di Caltagirone). I vescovi di queste tre diocesi hanno chiesto una comunità internazionale e intercongregazionale: siamo riconoscenti a questi vescovi e a tutte le persone che ci hanno accolte.
Quali finalità vi proponete?
Lo scopo del progetto è quello di costruire ponti tra la popolazione che ci accoglie e i migranti che arrivano sul territorio. Per questo abbiamo tanti sogni e desideri: far conoscere la realtà dei migranti che spesso vivono ai margini e verso i quali ci sono tanti negativi pregiudizi; impegnarci insieme ad
altri a incoraggiare i migranti e ad aiutarli a integrarsi nelle società di accoglienza; collaborare con tutti i gruppi religiosi e laici che lavorano nello stesso ambito e con gli stessi scopi…condividendo idee, esperienze, informazioni a livello diocesano e, perché no? europeo, per migliorare i nostri impegni in favore di questi fratelli e sorelle marginalizzati. Unire le nostre forze per un migliore servizio.
Come vi siete trovate nell’ambiente agrigentino?
I primi mesi sono stati pieni di sfide: dovevamo conoscerci tra noi per costruire la comunità; scoprire il nuovo ambiente con il suo popolo, la sua cultura, imparare la lingua e trovare lavoro. Pian piano abbiamo trovato piccoli impegni qui e là (mensa della solidarietà, servizi diversi alla Caritas: ad esempio al centro di ascolto, al rifugio notturno; visite ai migranti all’ospedale, incontri
dei migranti per strada, collaborazione con alcune parrocchie in diversi ambiti, inclusa l’accoglienza dei migranti). Attualmente andiamo al centro di accoglienza di Siculiana, Villa Sikania per essere una presenza di chiesa tra i numerosi migranti che passano per il centro. Preghiamo, soffriamo
con loro, ma soprattutto, proviamo a risvegliare in loro la speranza nella situazione difficile che stanno vivendo. Da poco siamo presenti anche in strutture più piccole di seconda accoglienza. Sentiamo ogni giorno l’importanza dell’invito del Papa ad andare alle periferie esistenziali, perché
questi fratelli e sorelle migranti sono tra i più vulnerabili della nostra società. La grande maggioranza di loro è vittima del vergognoso crimine contro l’umanità che è la “tratta degli esseri umani”. (Mariella Guidotti- Migrantes Agrigento)



